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Pausa

28 settembre 2005

L’aria d’estate è ferma, molle. Sotto una campana di vetro il parco si stende silenzioso, i vialetti di ghiaia scricchiolano in una strana simmetria sotto i miei piedi bianchi di polvere. Non c’è fresco sotto le querce, non c’è ombra sotto i pini. Mi siedo sullo scalino di pietra, forse aspetto i compagni. Guardo le mie ginocchia, croste vecchie di sangue scuro mai guarite, antiche ferite di guerra, memorie ancora vive di una lunga estate. Sto bene da sola nel parco addormentato, all’unica, lunga ombra dell’obelisco di pietra. Non so se qualcuno verrà, se ho voglia di giocare. Non penso, non desidero nulla. Sento che il tempo si è fermato ai miei otto anni, per qualche ora d’estate, e si riposa al ritmo delle cicale. Nel piccolo mondo solare sotto la campana io aspetto senza saperlo, immobile, che un filo d’erba tremi, che vibri un’ala d’uccello, che il tempo torni a correre verso l’autunno.

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