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Vecchio Kleist

9 settembre 2005

“Noi vediamo che nella misura in cui nel mondo organico la riflessione si fa più debole e oscura, la grazia vi compare sempre più raggiante e imperiosa. Ma così, come l’intersezione di due linee, vista da un punto dato, dopo aver traversato l’infinito, d’improvviso si ritrova dall’altra parte di quel punto, o l’immagine dello specchio concavo, dopo essersi allontanata all’infinito, d’improvviso ci ricompare vicinissima davanti; così si ritrova anche la grazia, dopo che la conoscenza, per così dire, ha traversato l’infinito; così che, nello stesso tempo, appare purissima in quella struttura umana che ha o nessuna o un’infinita coscienza, cioè nella marionetta, o in Dio.
-Dunque – dissi io un po’ distratto – dovremmo gustare di nuovo dell’albero della conoscenza, per ricadere nello stato d’innocenza?
-Certamente – rispose – questo è l’ultimo capitolo della storia del mondo.”

Ricordo che tradussi questo brano di Kleist nell’86, per citarlo in una lettera ad un amico di cui una volta ero stata innamorata, e che probabilmente ancora mi amava. Ricordo che in quel periodo queste parole avevano per me un significato enorme, come lo possono avere parole quando si ha poco più di vent’anni. Il fascino dell’assoluto, la vita senza mezzi termini. Come si cambia. Quante più sfumature, chiaroscuri vent’anni dopo. E il mio vecchio amico, che fine avrà fatto? credo che viva a Roma e si sia dato alla politica. Chissà quali lettere leggerà ora. Però eravamo belli, austeri e innocenti per tanti versi. Sapevamo tutto e niente di niente. La letteratura era il nostro balocco, la nostra trappola. Credevamo ingenuamente in uno sviluppo continuo, lineare appunto, di noi stessi e del mondo. Volevamo diventare come Dio. E forse siamo diventati marionette.

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2 commenti

  1. Forse potrei sottoscrivere tutto il tuo commento, specie il sentirsi marionette. Ma poi ci ripenso e vedo che adesso mi sento libero di pensare, come anni fa non mi accadeva. Avevo i modelli, le categorie e gli obiettivi, luminosi, scolpiti. Adesso, al disincanto si accompagna una più forte convinzione delle mie capacità e possibilità. Soprattutto non banalizzo la complessità del mondo e tollero quello che non mi piace, lavorando per quello che voglio, anche se non è cambiare il mondo.


  2. Se come marionetta si intende-come qui- un essere senza coscienza di sè, io penso che spesso ci comportiamo come tali, chi più, chi meno (chi sempre). Ma sono d’accordo con te, l’età porta libertà e sicurezza di sè. Io a vent’anni ero completamente prigioniera dei miei ideali, che m hanno portata a grossi errori. E il mondo si fa sempre più complesso, e più bello…



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