L’inatteso é qualcosa il cui accadere ci stupisce.
Ma noi abbiamo disimparato a stupirci. Da bambini, avevamo quello che Elèmire Zolla chiamava “lo stupore infantile per il mondo” – la conoscenza senza dualità. Un gioco di luce era un universo colmo di stupore, e l’inatteso poteva presentarsi in ogni momento, e quindi tutto era inatteso, e nulla lo era.
Crescendo, abbiamo imparato ad aspettarci determinate cose: che un treno arrivi, che una gravidanza duri nove mesi, che un matrimonio duri per sempre, che un dolore passi. Quando questo non si verifica, non ci stupiamo che un poco, sempre meno. Lo spazio dell’inatteso si riduce progressivamente, e ne sopravvive solo l’ombra vuota, ovvero il contrattempo, l’incidente, la disgrazia.
Anche il desiderio di assoluto finisce per atrofizzarsi – si disimpara a desiderare. Eppure, in alcuni di noi, sopravvive latente un’attesa, un desiderio. L’attesa è infatti il lavoro del desiderio, che a volte è nascosto come il lavorìo del tarlo. Non attendiamo più, come i monaci medievali, per tutta la notte la luce dell’alba con le braccia levate al cielo – noi desideriamo invece intimamente, sotto la coltre della disillusione, attendiamo di nascosto a noi stessi, dimenticandoci di farlo. E improvvisamente, l’inatteso accade. È un incontro.
Lo incontriamo nell’evidente mistero di uno sguardo, e come Tommaso l’apostolo, detto Dìdimo, che vuol dire Gemello, come lui divisi tra fede e dubbio, infiliamo il dito nella piaga e tocchiamo con mano – allora, noi crediamo. Lasciamo il vuoto rassicurante che non attende più nulla. Qualcosa allora ci investe e ci attira in un vortice dove inseguiamo chi ci insegue, quello che non sapevamo più esistere, secondo una logica che non è logica ma mistero e stupore. E mentre tutto ci inviterebbe a lasciar perdere noi invece ci abbandoniamo alla luce, ci bruciamo. Arditamente, ardiamo.
E così torniamo a stupirci: dei giochi di luce, del sapore di un corpo, della potenza di un battito, della forza tenace di una parola che ci scava dentro come una goccia e ci disseta come una sorgente. L’altro, che ci è apparso non cercato, nell’unico momento giusto e quindi nell’assolutamente sbagliato, si rivela la nostra forma, il nostro compimento. Colui che ci svuota e ci riempie di sé. Ora che lo abbiamo trovato, possiamo attenderlo. Perché, si è detto, l’attesa è il lavoro del desiderio, e il desiderio è attesa inesauribile.
La contraddizione si fa lucente. Abitiamo la nostra doppiezza, abdichiamo alla pace e ci spingiamo sul ghiaccio sottile in sempre nuove danze, stupendamente nuovi.








