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Come Tommaso

16 aprile 2013

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L’inatteso é qualcosa il cui accadere ci stupisce.

Ma noi abbiamo disimparato a stupirci. Da bambini, avevamo quello che Elèmire Zolla chiamava “lo stupore infantile per il mondo” – la conoscenza senza dualità. Un gioco di luce era un universo colmo di stupore, e l’inatteso poteva presentarsi in ogni momento, e quindi tutto era inatteso, e nulla lo era.

Crescendo, abbiamo imparato ad aspettarci determinate cose: che un treno arrivi, che una gravidanza duri nove mesi, che un matrimonio duri per sempre, che un dolore passi. Quando questo non si verifica, non ci stupiamo che un poco, sempre meno. Lo spazio dell’inatteso si riduce progressivamente, e ne sopravvive solo l’ombra vuota, ovvero il contrattempo, l’incidente, la disgrazia.

Anche il desiderio di assoluto finisce per atrofizzarsi – si disimpara a desiderare. Eppure, in alcuni di noi, sopravvive latente un’attesa, un desiderio. L’attesa è infatti il lavoro del desiderio, che a volte è nascosto come il lavorìo del tarlo. Non attendiamo più, come i monaci medievali, per tutta la notte la luce dell’alba con le braccia levate al cielo – noi desideriamo invece intimamente, sotto la coltre della disillusione, attendiamo di nascosto a noi stessi, dimenticandoci di farlo. E improvvisamente, l’inatteso accade. È un incontro.

Lo incontriamo nell’evidente mistero di uno sguardo, e come Tommaso l’apostolo, detto Dìdimo, che vuol dire Gemello, come lui divisi tra fede e dubbio, infiliamo il dito nella piaga e tocchiamo con mano – allora, noi crediamo. Lasciamo il vuoto rassicurante che non attende più nulla. Qualcosa allora ci investe e ci attira in un vortice dove inseguiamo chi ci insegue, quello che non sapevamo più esistere, secondo una logica che non è logica ma mistero e stupore. E mentre tutto ci inviterebbe a lasciar perdere noi invece ci abbandoniamo alla luce, ci bruciamo. Arditamente, ardiamo.

E così torniamo a stupirci: dei giochi di luce, del sapore di un corpo, della potenza di un battito, della forza tenace di una parola che ci scava dentro come una goccia e ci disseta come una sorgente. L’altro, che ci è apparso non cercato, nell’unico momento giusto e quindi nell’assolutamente sbagliato, si rivela la nostra forma, il nostro compimento. Colui che ci svuota e ci riempie di sé. Ora che lo abbiamo trovato, possiamo attenderlo. Perché, si è detto, l’attesa è il lavoro del desiderio, e il desiderio è attesa inesauribile.

La contraddizione si fa lucente. Abitiamo la nostra doppiezza, abdichiamo alla pace e ci spingiamo sul ghiaccio sottile in sempre nuove danze, stupendamente nuovi.

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Amati e non compresi

12 aprile 2013

Donna Valentina parlava poco, guidata dal sicuro istinto di coloro che si sentono amati senza sentirsi compresi. Custodiva in un cofanetto una collezione di pietre dure intagliate greche di cui molte erano decorate con nudi. A volte saliva i due gradini che conducevano al profondo vano delle finestre per esporre la trasparenza delle sardoniche agli ultimi raggi del sole e, avvolta dall’oro obliquo del crepuscolo, lei stessa appariva diafana come le sue gemme.

Anna abbassava gli occhi, con quel pudore che nelle fanciulle devote si accentua ancor più col sopraggiungere dell’adolescenza. Donna Valentina diceva, col suo vago sorriso: “Tutto ciò che è bello si illumina di Dio”.

Con loro parlava in toscano, loro rispondevano in spagnolo.

 

 

Maurguerite Yourcenar,

da “Anna, soror…”

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La venditrice di giornali

7 aprile 2013

Ogni sabato e domenica mattina, mia figlia di tredici anni va di porta in porta per il vicinato a vendere giornali. È un tipo di lavoretto diffusissimo tra i ragazzini, che le frutta la non disprezzabile sommetta di circa cento euro al mese. La continuità e la stabilità del venditore sono essenziali per costruirsi una fedele clientela, e si sa che il cliente viene prima di tutto. Per questo io, ieri e oggi, ho sostituito nel giro mia figlia che era in campagna da un’amica.

In realtà, non era affatto per questo – in realtà io segretamente sognavo di farlo, di avere un pretesto per suonare i campanelli e sbirciare nelle vite della gente. Quelli che incontro sull’autobus o nei negozi del quartiere: dove abitano? Come vivono? Che animali domestici hanno, che fiori coltivano? Che odore ha la loro casa?

Con lo zaino dei giornali in spalla, sono partita alla scoperta del quartiere.

La prima cosa che ho scoperto è che la gente sorride. Credo di aver suonato almeno a una cinquantina di porte, in due giorni quindi un centinaio, e i non sorridenti saranno stati al massimo una decina in tutto. I più aprivano la porta già sorridendo, quasi tutti rispondevano al mio sorriso. Ogni giorno avevo quindici giornali da vendere, e per venderli ci ho messo un’ora e mezzo – il che significa che circa uno su tre comprava. Ma chi non comprava rifiutava gentilmente, quasi scusandosi.

Alcuni lasciavano la porta aperta e si allontanavano nei meandri della casa per cercare gli spiccioli. Ho avuto anche l’inedita esperienza di ricevere mance, anche generose, “perchè sei venuta fin qui”. Ho persino capito dove abita quel signore impettito che mi fa un cenno del capo ogni mattina alla fermata dell’autobus.

Se non fossi andata, mi sarei persa:

l’uomo gentile che con la destra tiene fermo per il collare un pastore tedesco pronto a sbranarmi mentre con la sinistra mi porge gli spiccioli

le monete calde dalle mani di bambini lentigginosi

la donna appena alzata che ha i capelli come me quando mi alzo

il tipo coi baffi bianchi che mi chiede se torno anche domani

la bambina vestita di rosa che gioca da sola nella casa dove ancora tutti dormono

il gatto socievole che mi accoglie con grandi miagolii di approvazione perchè spera di rientrare

i giardinetti ben curati

i cortiletti pieni di rottami

i doppi garage e le selve di sci pronti per l’uso

i pigiami che indossa la gente

il vecchietto nella casa grande e malmessa che cerca con fatica i soldi perchè gli tremano le mani

l’uomo solo coi tre bambini urlanti che vanno in triciclo nel soggiorno – e lui calmissimo

nonna e nipotina che fanno i biscotti

vari tipi di nanetti da giardino

la signora con movimenti da sclerosi multipla che vorrebbe conversare

il vietnamita sospettoso

diversi cagnolini che mi annusano inquietanti le caviglie

gli appartamenti dove vivono i giovani maschi: posacenere pieno sulla veranda, bottiglie vuote e il resto della festa di ieri. A volte, nei loro ingressi, un paio di scarpe femminili dai tacchi molto alti.

Vita.

 

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Un movimento nuovo

3 aprile 2013

 

piove

 

 

Camminiamo per la città vecchia sotto la pioggia scrosciante sotto lo stesso ombrello e la sua mano mi stringe con forza la vita e il mio fianco ondeggia mio malgrado e risponde alla stretta perché non posso mai fare a meno di rispondere, è un movimento nuovo questo, che non è mio ma forse invece è profondamente, intimamente mio, lui mi stringe e io rispondo e cammino stretta al suo fianco ondeggiando come una sconosciuta, come una donna che cammina in un modo per me sconosciuto, e lui è questo, è lui che mi fa questo.

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Costassù e costaggiù

28 marzo 2013

In Italia è pericolosissimo tuffarsi in acqua dopo aver mangiato: viene la “congestione”.

In Norvegia, tutti si tuffano a stomaco pieno in acque gelide e la congestione non sanno neanche cos’è.

In Italia, i bambini vanno in bicicletta senza casco.

In Norvegia, grandi e piccoli usano il casco da bici.

In Italia, se fa freddo non si portano fuori i bambini piccoli.

Nelle scuole materne norvegesi i bambini piccoli dormono all’aperto ogni giorno, con temperature fino a meno 10 gradi.

In Italia, quando ero piccola, era molto pericoloso sudare giocando.

In Norvegia non è pericoloso arrampicarsi sugli alberi e anzi già all’asilo tutti lo fanno tranquillamente.

Eppure sono gli alberi italiani sono in genere  piu robusti.

In Italia, se piove, non si fa ginnastica all’aperto. Anche se è primavera, perchè ci si può ammalare.

In Norvegia ci si ammala se si dorme a finestra chiusa.

In Norvegia non si vende l’Aulin perchè fa male ai reni.

In Italia non fa male.

In Italia si sente dire che uno schiaffo da un genitore non ha mai fatto male a nessuno.

In Norvegia per questo possono dare tuo figlio in affidamento e condannarti ad una pena detentiva.

In Norvegia è impossibile acquistare legalmente alcol o sigarette prima dei 18 anni.

In Norvegia è normale che i giovani tornino a casa completamente ubriachi dopo le feste.

In Italia è pericoloso fumare ma non tanto.

In Norvegia è pericolosissimo, costosissimo e bruttissimo fumare. Eppure alcuni fumano.

In Norvegia non si può venire bocciati. Solo agli esami universitari sì.

In Norvegia, tutti gli esami universitari sono scritti, e anonimi.

In Norvegia si paga quasi tutto con il bancomat e nessuno ha piu contanti in tasca.

In Norvegia è considerato scortese puntare il dito a qualcuno, interrompere, non ringraziare, dopo aver mangiato,  chi ha cucinato, non finire il cibo nel piatto.

In Italia, può accadere che se finisci tutto ti riempiranno il piatto di nuovo.

In Italia, se ti togli le scarpe in treno ti guardano malissimo.

In Norvegia, il massimo della cafoneria è entrare in casa di qualcuno senza togliersi le scarpe.

Mia figlia è norvegese.

Mia figlia è anche italiana.

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Amore a prima vista

25 marzo 2013

Sono entrambi convinti
che un sentimento improvviso li unì.
È bella una tale certezza
ma l’incertezza è più bella.

Non conoscendosi prima, credono
che non sia mai successo nulla fra loro.
Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi
dove da tempo potevano incrociarsi?

Vorrei chiedere loro
se non ricordano -
una volta un faccia a faccia
forse in una porta girevole?
Uno “scusi” nella ressa?
Un ‘ha sbagliato numerò nella cornetta?
- ma conosco la risposta.
No, non ricordano.

Li stupirebbe molto sapere
che già da parecchio
il caso stava giocando con loro.

Non ancora del tutto pronto
a mutarsi per loro in destino,
li avvicinava, li allontanava,
gli tagliava la strada
e soffocando un risolino
si scansava con un salto.

Vi furono segni, segnali,
che importa se indecifrabili.
Forse tre anni fa
o il martedì scorso
una fogliolina volò via
da una spalla all’altra?
Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto.
Chissà, era forse la palla
tra i cespugli dell’infanzia?

Vi furono maniglie e campanelli
in cui anzitempo
un tocco si posava sopra un tocco.
Valigie accostate nel deposito bagagli.
Una notte, forse, lo stesso sogno,
subito confuso al risveglio.

Ogni inizio infatti
è solo un seguito
e il libro degli eventi
è sempre aperto a metà.

 

W. Szymborska

 

… siccome non la conoscevi.

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Anche altro

21 marzo 2013

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Molti si immaginano che sapere di avere pochi mesi di vita significhi disperazione. 

È vero.

Però può significare anche altro. Il tempo, improvvisamente misurato e giunto al limite, può estendersi ed acquistare spessore. Il tempo desiderato, quello in cui fare qualcosa di assolutamente inutile e bellissimo, quello mai osato, il tempo negato dagli impegni, dal lavoro, dalle illusioni, il tempo del sogno e del gioco, il tempo nostro e solo nostro. 

So che H. si è disperato: ha passato notti insonni e pensato pensieri che non riesco neanche a immaginare. È stato malissimo. Oggi mi ha detto che da qualche settimana ha preso a suonare in un quartetto. Fanno musica da camera. Non suonava più da anni – aveva relegato la musica all’ascolto di qualche concerto, aveva dato la precedenza al lavoro, alle cose serie, agli impegni, alla carriera. Non aveva tempo. 

Ora ha tutto il tempo, perchè ha poco tempo. Il suo sguardo è chiaro, limpido come il caso che lo tiene in vita. Ancora due battute, qualche da capo. Ancora bellezza. C’è tutto il tempo.

“Stelle e alberi da frutto fioriti. La totale permanenza e l’estrema fragilità danno ugualmente il senso dell’eterno”.

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