Archivio per la categoria ‘Uncategorized’

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Vagamente endorfinica

12 maggio 2013

 

 

 

Sono una persona molto poco atletica – la mia pigrizia é proverbiale, anzi leggendaria.

Ho sempre preferito attività sedentarie, in primis leggere, all’attività fisica. Forse anche perchè sono stata allevata più o meno dai nonni, come un vaso di porcellana Ming: non sudare, non cadere, non infrangerti, non farti male. Sono il tipo che a scuola cercava di sgamare le ore di ginnastica accusando malori, che poi ha sempre adorato gli ascensori, le scale mobili, tutto ciò che permette insomma di arrivare dove si deve arrivare col minor sforzo possibile. Non ho mai fatto sport, ad eccezione dell’equitazione: uno sport dove si sta seduti, e dove la perizia consiste appunto nel far fare a qualcun altro (il cavallo) quello che deve fare. Anche in questo frangente, del resto, riuscivo solo a trasmettere la mia pigrizia al quadrupede, che è comunque, di norma, pigro di suo. Scarso sforzo, scarso successo. Ma mi stavano bene gli stivali.

A quarant’anni, poi, ho scoperto la palestra.

Inizialmente ci andavo con una collega: sembravamo due dinosauri asmatici. Coordinazione, zero. Fiato, men che meno. Polso a duemila dopo due minuti di spinning. Difficoltà enormi nel sollevare un peso da cinque chili. La collega si è arresa. In me invece è scattato qualcosa: dopo la sofferenza delle prime volte, è subentrato con straordinaria rapidità il “trip” da endorfine: e se ne può diventare dipendenti, anche se non l’avrei mai creduto. Ho dovuto superare lo scoglio del ”fiatone” – qualcosa, nel mio immaginario di iperprotetta,  di potenzialmente pericolosissimo. Tuttora devo combattere con una voce interna che, verso il quarto minuto al massimo delle pulsazioni, mi intima di fermarmi perchè sto per morire. Solo che, adesso, io so che non sto affatto per morire, che non solo sopravviverò per almeno altri 40 minuti, ma che lo rifarò, almeno tre volte la settimana, e che mi farà molto bene.

Se io smetto di andare in palestra regolarmente, anche per poco, immediatamente compaiono il mal di schiena, il mal di nuca, le tensioni muscolari, il mal di testa. Non solo: ma se io un giorno non mi sento in forma, se ho voglia di stendermi sul divano e invece mi costringo ad andare in palestra, ne esco dopo un’ora completamente “guarita” e di umore incomparabilmente migliorato. Il problema è solo superare quella soglia: uscire di casa, andarci – il resto viene da sé.

Ora, non è che io sia diventata atletica. Tutt’altro. Non ne ho il fisico, la natura, la costituzione. Ho bisogno di un istruttore cattivo che mi urli di non smettere, di fare ancora una serie, ho bisogno del gruppo, della musica, del non poter mollare davanti a tutti. Da sola non posso allenarmi: sarei troppo indulgente. Tre ore di palestra la settimana non bastano comunque a diventare atletici. Avrò sempre le mie ciccette, sarò sempre un tipo da divano, da caffè, da tavolata. Sono ancora pigra, e golosa. Però, l’attività fisica mi ha fatto e mi fa dei regali: a quasi cinquant’anni, son soddisfazioni:

Riuscire a scattare di corsa, in salita, per non perdere l’autobus, lasciando indietro ragazze che hanno la metà dei miei anni

Fare sei piani di scale rapidamente senza fiatone

Frenare la perdita di massa muscolare, che dopo i quaranta è continua e inesorabile (per dire: non farsi venire le “ali da pipistrello” )

Sentirsi in una forma infinitamente migliore di dieci anni fa

Non avere mal di schiena, mal di spalle, dolori articolari, torcicollo. Non soffrire di ipertensione.

Poter mangiare sostanzialmente quello che mi pare senza esorbitare (in realtà, questo per me è il motivo principale per cui faccio attività fisica: la gola) – eppure controllare l’appetito

Stare bene nel mio corpo: un corpo che funziona, che fa tutto quello che gli dico di fare, che è affidabile

Poter “buttare fuori” con una bella sudata le tensioni, le ansie, essere corpo, movimento, forza.

Non è poco. E poi, appunto, ci sono le endorfine: la sensazione che si prova dopo un’ora di allenamento duro, quando si è fatto la doccia e finalmente si recuperano gli zuccheri con qualcosa di buono, può vagamente ricordare, credeteci o no, le sensazioni di appagamento che si provano in altri frangenti.  Vagamente. Piacevole. Runner’s high.

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Perchè lì?

8 maggio 2013

L’umanità si divide in due: quelli che leggono in bagno e quelli che no.

Dirò subito che io appartengo alla seconda categoria: per me, il bagno è un luogo di passaggio, nel quale indugio il minimo necessario. Ci vado quando ne avverto la necessità, faccio quello che devo fare, lascio la stanza. 

Per gli appartenenti alla prima categoria, invece, andare in bagno fa parte di un cerimoniale. Passano ore della loro vita lì, seduti, a leggere di tutto: giornali, riviste, romanzi, trattati. C’è persino chi legge cataloghi di giardinaggio, o dell’Ikea. C’è chi, tra le nuove generazioni, ci va con l’ipad. Fenomeno che, a quanto ho capito, non è sfuggito agli architetti.

Io mi considero in generale una persona molto tollerante. Devo dire però che ho molte difficoltà a capire questa cosa: se uno deve leggere, perchè non farlo in una comoda poltrona, in un bel giardino o seduti alla propria scrivania? Perchè in bagno? Qual è il nesso tra la lettura e la funzione corporale? Altro elemento: senza soffermarmi troppo sulle mie tendenze al disturbo ossessivo complusivo sulla pulizia, devo dire che non prenderei in prestito un libro che è stato letto in bagno. E questo è uno dei motivi per cui non prendo in prestito i libri della biblioteca: perchè l’umanità, appunto, si divide in due. E io, probabilmente, sono malata.

Quelli che “vivono” in bagno, però, non stanno molto meglio di me: sono, loro, compulsivamente e ossessivamente legati al proprio bagno di casa, che è per loro come un utero. Ogni altro bagno che sono costretti ad usare deve rispondere a precisi requisiti, tra i quali l’insonorizzazione, la porta blindata, e naturalmente un’illuminazione sufficiente alla lettura di interi tomi.

Per me, invece, quello che più conta è la pulizia. Anche se, devo ammetterlo, alcuni bagni che mi sono trovata a frequentare hanno rappresentato, per altri diversi motivi, un problema a volte notevole:

il bagno di un albergo in Florida, che aveva una “mezza porta”  a mezz’aria tipo saloon, nonchè un’apertura a mò di finestra che dava direttamente in camera, che dividevo con altri

il bagno di un appartamento in una città storica italiana, nel quale la porta non si chiudeva, e la tazza era a due centimetri dalla finestra, che a sua volta era a due centimetri dalla finestra della cucina

il bagno di un tempio buddista in Tailandia, del quale preferisco non parlare

i bagni automatici in generale, quelli dove ti prende l’angoscia immotivata che la porta scorrevole possa aprirsi in qualsiasi momento

il bagno di un albergo in un’altra città d’arte, con una porta specchio nella quale uno, volendo ma soprattutto non volendo,  poteva ammirarsi lì seduto

il bagno di qualsiasi baita norvegese tradizionale, con la seggetta a panca, senza acqua corrente ma col secchio della sabbia e la paletta

Quest’ultimo, mi si dice, luogo smodatamente amato dai norvegesi in ferie, che, al lume di candela perchè naturalmente non c’è elettricità,  vi leggono quotidiani, vi fanno cruciverba, oppure meditano, nel silenzio delle montagne.  Sic transit gloria mundi.

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Teres atque rotundus

28 aprile 2013

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Mi ci sono voluti quasi cinquant’anni per imparare a volergli bene.

La nostra convivenza é stata sempre problematica. Da che mi ricordo, mi sono vergognata di lui, e ho invidiato quello di quasi tutte le altre. Quattordicenne, ho cercato di costringerlo in un bikini che ne copriva la metà. Mi sono messa a dieta ripetutamente, recidivamente – i chili se ne andavano e lui restava lì imperterrito, totalmente immutato nella mia percezione. Ho cercato di strizzarlo in jeans troppo piccoli per me, di nasconderlo sotto noiosissime gonne scozzesi, abiti a vita alta, vestitoni indiani. Ma lui era lì, presente, a ridere di me, pronto a mostrarsi sfacciato nei momenti di sconforto: nello specchio del bagno, nell’immagine riflessa di un camerino di prova, soprattutto nell’incessante confronto con quelli altrui.  In certe situazioni, ho fatto acrobazie degne di Bridget Jones per rivestirmi senza mostrarlo. Mi sono avvolta in lenzuola, asciugamani, ho camminato all’indietro, ho fatto cose assurde e ridicole.

E lui era lì, sempre. Indistruttibile, florido e sardonico.

Ero convinta di piacere nonostante lui. Lui era un difetto di cui tacere – ed ero grata a chi ne taceva. Gli apprezzamenti che qualcuno, certo in buona fede, azzardava, mi scivolavano addosso, e li accoglievo con un silenzio imbarazzato e la voglia di sparire. Questo, per quasi mezzo secolo.

Per la rivelazione c’è voluto un pomeriggio d’inverno, in una camera fredda, io in piedi davanti a una finestra che mi affannavo a chiudere mentre qualcuno mi guardava da un letto disfatto. Mi bruciava il terreno sotto i piedi, volevo tornare a coprirmi, volevo nasconderlo. Invece mi sono voltata, sono rimasta ferma e ho incontrato quello sguardo. Non ci sono volute parole – ho capito quello che non avevo capito mai.

Da allora ho imparato a volergli bene. Non sfuggo più la sua immagine. Ne accetto le forme non a norma, gli strabordi, la curva e la voluta. È il mio, io sono questa. Sono anche questa, e lui mi appartiene, perchè io mi appartengo. La sua grazia non gli è data da quello sguardo, ma da ciò che quello sguardo ha aperto in me: qualcosa che non ha nulla a che vedere col mio fondoschiena, ma col mio essere. Ci sono molte vie per giungere a un’anima.

Vecchioni, quanto l’ho detestato, forse aveva ragione.

 

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Non è il mio primo inverno

25 aprile 2013

Karin ha un anno meno di me e non si chiama Karin.

Mi stupisco delle sue risate: le faccio un prelievo e ride, le chiedo se le va un caffè e ride, le dico di accomodarsi e ride. Ma non c’è molto da ridere – perchè ha un tumore al polmone con metastasi pleuriche, il fiato molto corto e pochi mesi di vita. Però lei ride, un riso incongruo, eccessivo. Deve riempire dei questionari. Lo fa coscienziosamente, incrociando le caviglie come una scolaretta sotto il banco. Ha una scrittura da bambina. Discutiamo la sua funzione fisica: riesci a fare una passeggiata veloce? No. Trovi difficoltà a fare una rampa di scale? Molta, discreta, poca, nessuna? Le croci che lei fa sul foglio stanno diventando un piccolo cimitero. Riesci a fare i lavori di casa? La mano con la penna esita, si ferma. Sempre meno, ci riesco sempre meno.

La storia di Karin è quella di una donna piccola ma forte. Quattro figli, un marito che l’ha lasciata dieci anni fa, con la più piccola che ne aveva sei, un lavoro mal pagato di cassiera. Poi, due anni fa, il cancro, l’operazione, la recidiva. L’incapacità dei figli di realizzare che la madre è gravemente malata, che non guarirà. Il ragazzo più grande che trova la situazione “deprimente” e torna a casa solo per dormire, l’altra figlia che teme che Karin non possa più aiutarla col suo bambino. La casa diventa la sua prigione solitaria, le lunghe giornate in cerca di respiro.

Karin ora ha smesso di ridere – Karin ora piange. Mi parla della figlia più piccola, di sedici anni: l’unica che ha capito, l’unica che l’aiuta. Karin si preoccupa che dopo la sua morte la ragazza debba andare a vivere col padre, che non vede da dieci anni. Le dò il numero di un’assistente sociale, le dico di non preoccuparsi – i servizi sociali rispetteranno la volontà della figlia. Mi dice che c’è un’insegnante che si occupa di lei: la segue, la fa parlare, l’accompagna dal medico, ai colloqui con l’assistente sanitaria della scuola. La ragazza si confida, si affida.

Penso a quest’insegnante. Non so se sia giovane o anziana, non so che materia insegni. So che fa qualcosa di gratuito per un altro essere umano, che quello che fa ha un grande significato. Mi chiedo perchè lo fa. Penso al figlio maggiore, al suo tentativo di fuggire dal dolore lasciando sola la madre. Mi chiedo come avrà fatto questa piccola donna ad allevare da sola quattro figli con un solo stipendio. Penso e vedo tante cose, mentre le offro un fazzoletto di carta: la sua borsetta di plastica, i suoi occhiali, il caso e il destino, la volontà di vivere e la coscienza di morire.

Karin si asciuga gli occhi. “Devi essere una donna molto forte”, le dico. Lei mi risponde con un modo di dire norvegese: “Non è il mio primo inverno”. Poi riprende la penna in mano: è pronta a continuare.

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Costassù e costaggiù

28 marzo 2013

In Italia è pericolosissimo tuffarsi in acqua dopo aver mangiato: viene la “congestione”.

In Norvegia, tutti si tuffano a stomaco pieno in acque gelide e la congestione non sanno neanche cos’è.

In Italia, i bambini vanno in bicicletta senza casco.

In Norvegia, grandi e piccoli usano il casco da bici.

In Italia, se fa freddo non si portano fuori i bambini piccoli.

Nelle scuole materne norvegesi i bambini piccoli dormono all’aperto ogni giorno, con temperature fino a meno 10 gradi.

In Italia, quando ero piccola, era molto pericoloso sudare giocando.

In Norvegia non è pericoloso arrampicarsi sugli alberi e anzi già all’asilo tutti lo fanno tranquillamente.

Eppure sono gli alberi italiani sono in genere  piu robusti.

In Italia, se piove, non si fa ginnastica all’aperto. Anche se è primavera, perchè ci si può ammalare.

In Norvegia ci si ammala se si dorme a finestra chiusa.

In Norvegia non si vende l’Aulin perchè fa male ai reni.

In Italia non fa male.

In Italia si sente dire che uno schiaffo da un genitore non ha mai fatto male a nessuno.

In Norvegia per questo possono dare tuo figlio in affidamento e condannarti ad una pena detentiva.

In Norvegia è impossibile acquistare legalmente alcol o sigarette prima dei 18 anni.

In Norvegia è normale che i giovani tornino a casa completamente ubriachi dopo le feste.

In Italia è pericoloso fumare ma non tanto.

In Norvegia è pericolosissimo, costosissimo e bruttissimo fumare. Eppure alcuni fumano.

In Norvegia non si può venire bocciati. Solo agli esami universitari sì.

In Norvegia, tutti gli esami universitari sono scritti, e anonimi.

In Norvegia si paga quasi tutto con il bancomat e nessuno ha piu contanti in tasca.

In Norvegia è considerato scortese puntare il dito a qualcuno, interrompere, non ringraziare, dopo aver mangiato,  chi ha cucinato, non finire il cibo nel piatto.

In Italia, può accadere che se finisci tutto ti riempiranno il piatto di nuovo.

In Italia, se ti togli le scarpe in treno ti guardano malissimo.

In Norvegia, il massimo della cafoneria è entrare in casa di qualcuno senza togliersi le scarpe.

Mia figlia è norvegese.

Mia figlia è anche italiana.

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Strette

20 febbraio 2013

C’è la stretta di mano affrettata e inconclusiva del giro di presentazioni prima di un meeting di lavoro

C’è quella che vorrebbe indugiare oltre ogni misura, dove le due mani devono quasi separarsi a forza, e subito tornano a cercarsi

C’è quella del patto strappato, forte di un’adolescenza ancora nuova

C’è quella grata, ma schiva

C’è quella tesa, umidiccia, sfuggente

C’è quella di ieri: stringere forte una mano calda, sostenere due occhi appesi ai miei a cercare speranza. Appoggiare lievemente l’altra mano sulle due mani unite. Non ho detto niente, ma ci siamo sorrisi.

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A Praga, allora

6 febbraio 2013

Frantisek Drtikol 1932

foto: Frantisek Drtikol, 1932

Ricordo che atterrammo a Praga su un piccolo bimotore a sei posti. Eravamo in cinque, il pilota tedesco, tre americani e un’italiana. Era un’estate caldissima, poco dopo la caduta del muro di Berlino. Affittavamo l’appartamento dei genitori di un amico praghese del pilota, in una via trafficata vicino al centro. Ricordo che la cucina non aveva finestre, ma che in compenso ci trovammo dei knödel alle susine, buonissimi.

Ricordo che prendemmo un battello sulla Moldava. L’acqua era verde e persino invitante nel caldo di pietra. L’aria vibrava di nafta, e a bordo servivano birra fresca lucente. Avevo sete e ne bevvi diversi boccali, ingannata dal gusto leggero – mi cadde in testa come una grossa tegola del Hradzin. Ricordo che dovettero aiutarmi a scendere a terra, perchè il pavimento del battello era diventato di gomma.

Ricordo che posammo delicatamente una pietra su una tomba a caso del cimitero ebraico, su una delle lapidi sbilenche inverosimilmente accatastate. Ci arrampicammo sul muro di cinta, e da lì in piedi ammirammo la sua zeppa assurdità di antiluogo. Ricordo che la morte uscì danzando a salutarci dall’orologio della torre. Ricordo che una sera cenammo sulla terrazza di un locale fuori moda, sotto un grande cartello Assicurazioni Generali con tanto di leone di San Marco, e che pensai al dottor Kafka. Ricordo che qualcuno sussurrò qualcosa all’orecchio del pianista, e che questo strizzandomi l’occhio attaccò qualcosa di napoletano.

Ma non ricordo cosa. 

E ricordo che passai molte ore di una notte su un minuscolo balcone, che dava sul retro delle case. Ricordo che quelle ore erano per me, che cercavo distanza e aria sulla pelle.  Erano le ore che precedono l’alba, fresche nonostante l’estate, quelle in cui la luce striscia come un rettile. Dietro le finestre socchiuse indovinavo letti disfatti, bocche semiaperte respirare il sonno, e nel letto il mio posto vuoto. Si accendeva il cielo, e a poco a poco nascevano richiami di uccelli. Seduta per terra, in camicia da notte, mi abbracciavo stretta le ginocchia e speravo che nessuno si svegliasse più.

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La sorgente

3 febbraio 2013

Gustave Courbet, La source

E. ha poco più di vent’anni e fra poco sarà medico. È un bel ragazzo, e potrebbe ampiamente essere mio figlio. Ogni tanto, parlando, si manda indietro il lungo ciuffo che continua a ricadergli sugli occhi azzurri. Parla in fretta, nervosamente, animato da una strano, perentorio entusiasmo. Dicono che è molto intelligente, che diventerà qualcuno. Lo incontro a volte vicino alla macchina del caffè. È cordiale, chiacchierone. Mi parla spesso di apoptosi, o di Mac. O di ragazze, con la stessa veemenza. “Proprio non capisco: dicono tutte di essere grasse. Io, non ne conosco una sola che chiamerei grassa. Continuo a ripeterlo, eppure sono tutte fissate. Che vi dobbiamo dire, che vi dobbiamo fare, perchè ci crediate: me lo dici tu, che sei grande?”

Penso agli anni che mi ci sono voluti, alle esperienze che ho dovuto fare, per imparare a piacermi. A come vivo bene nel mio corpo imperfetto, come ho imparato a curarlo, nutrirlo, sentirlo appartenermi. Non è stato facile, e la maternità ha avuto un grande ruolo nella mia evoluzione personale: di cosa è stato capace questo corpo: la potenza, la perfezione di cui è stato capace.

Non mi sono mai sentita solo madre. Non mi sono sentita madre che molto dopo aver partorito. Eppure, ero cambiata: ero pronta ad aprirmi alla possibilità di piacermi. Lentamente ho imparato ad abitarmi, a concedermi, a forse anche a mollare la presa. Forse. Gli incontri, le esperienze, tutto ha aggiunto spessore, carne alla carne, anima all’anima.

Essere grasse, essere magre. Seno troppo piccolo, troppo grande. Asimmetrie, asperità, magagne. Pelle, mucosa, pelo, morbidezza e durezza delle superfici. La vita ci plasma, se glielo permettiamo: si impara che esistono altri canoni, altri gusti, altre regole, e che ognuno le inventa, e vanno tutte bene.

Non so cosa rispondere a E. : che fa bene a ripeterlo, a tutte? Che fa bene a guardarle, ad accarezzarle, alcune con le mani e tutte con lo sguardo, perchè sono esseri completi, ognuno a suo modo perfetto, tutte?

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Culo mundi, ovvero l’Isola dei Santi

11 gennaio 2013

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Il 25 aprile 1431 il mercante e capitano veneziano Pietro Querini salpò da Creta su una nave carica di vini e spezie diretta a Bruges, in Fiandra, con 68 uomini a bordo. Spinto fuori corso da una violenta tempesta al largo della Francia il 17 dicembre, l’equipaggio fu costretto ad abbandonare la nave sul punto di affondare. Su due primitive scialuppe, i marinai veneziani andarono alla deriva per molti giorni, spinti dalle correnti verso l’Atlantico settentrionale, a nord della Scozia,verso il Mælstrøm. Molti di loro morirono per il freddo, la fame e la sete. Ma la corrente del Golfo finì per trasportare le scialuppe verso l’isola di Røst, lontanissima da tutto, a circa 100 km ad ovest della costa della Norvegia settentrionale, ancora più lontano delle isole Lofoten. Pochi scogli perlopiù disabitati, spersi in mezzo a miglia e miglia di solitudine azzurra. Come scrisse poi lo stesso Querini nelle sue memorie, ritrovate per caso nel secolo scorso alla Biblioteca Marciana di Venezia, “culo mundi”. Querini, insieme a 11 sopravvissuti, tra i quali Niccolò di Michele e Cristoforo Fioravante, vi approdò il 5 gennaio 1432.

I naufraghi furono accolti calorosamente. Il prete del villaggio fece da interprete in latino tra Querini e i pescatori del luogo, e ai naufraghi fu riservata un’ospitalità semplice ma sincera. Querini, non a caso, chiamò questo luogo “l’isola dei Santi”. La differenza con l’opulenza dissoluta della Serenissima non poteva essere sottolineata da Querini con più forza: “Noi fummo nel primo cerchio del Paradiso, a vergogna et ignominia dei reami d’Italia”. Lo stile di vita e i costumi di questa popolazione che viveva completamente isolata destarono grande stupore nei veneziani: “Gli uomini che vivono in queste coste hanno l’aspetto più perfetto che si possa immaginare: essi hanno bell’apparenza, e le loro donne sono anch’esse bellissime. Essi hanno anche molta fiducia, e non si danno briga di chiudere a chiave nulla. Nemmeno le loro donne vengono da loro tenute d’occhio. Questo fu facile da stabilire, giacchè ognuno di noi divideva una sola stanza con il marito, la moglie e i loro figli. E, cosa più maravigliosa di tutte, essi si spogliano completamente prima di coricarsi”. È ancora assente, in Querini, la condiscendenza e sufficienza dei viaggiatori successivi nel descrivere la semplicità primitiva della gente del nord. Sopravvive ancora, in lui, il mito di Iperborea – ma anche, più semplicemente, la gratitudine per un letto caldo, un pasto abbondante, vestiti asciutti e carni morbide da accarezzare.

Querini descrive i pescatori di Røst come ferventi cristiani e abili produttori di stoccafisso. E carichi di stoccafisso e incancellabili impressioni, nonché padri di diversi bambini concepiti a Røst in quel lungo inverno, i veneziani salparono di nuovo per tornare in patria nel maggio di quello stesso anno. Giunsero prima, con barche da trasporto, nel porto di Trondheim, e da qui, a bordo di un veliero, con varie tappe intermedie fino a Venezia, dove sia Querini che Fioravante e di Michele scrissero ognuno il proprio resoconto delle loro avventure. Solo il manoscritto di Querini sopravvive, e probabilmente i suoi geni, da qualche parte tra la gente di Røst. 

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Del resto, a Røst non è cambiato molto in questi seicento anni. I seicento abitanti ancora pescano e fanno seccare i merluzzi. Ancora vi volano l’aquila di mare e vi nidificano colonie di fratercule artiche, ancora il vento passa in lunghe carezze sull’erba. E gli scogli sono uguali a quelli che videro i veneziani, quasi morti di freddo e di fame, nell’incerta luce di quella lontana mattina di gennaio. A memoria di Pietro Querini e dei suoi uomini, ospiti evidentemente graditi, a Røst resta una lapide e diverse paia di occhi scuri. E laggiù, lontano, nel paese del sole, una città che affonda, e un manoscritto.


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Reggo il tuo capo

24 dicembre 2012

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Reggo il tuo capo

nelle mie mani, come tu reggi

il mio cuore nella tua tenerezza

come tutto regge e viene

retto da qualcos’altro

 

Come il mare solleva una pietra

alle sue spiagge, come l’albero

regge i frutti maturi d’autunno, come

il globo è retto dallo spazio di altri globi

 

Così noi siamo retti da qualcosa

che ci solleva

il tuo enigma regge in mano un enigma

 

 

Stein Mehren, da “Jeger den jeger. Alltid en annen” 

traduzione mia

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