Archivio per la categoria ‘suoni e parole’

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La sostanza dove io manco

12 marzo 2013

 

La sostanza dove io manco è tutta avvolta nella coperta
di lana. Di quelli che più volte ho toccato ricordo le
mani le facce le pance le voci le pettinature. Mi stanno
aiutando.

(Enigma: io sono la mancanza – la mancanza che sono
- sono ciò da cui manco – sono tutta mancanza – e non
c’è nostalgia – neppure lontananza – essendo ciò che
manca – adesso e sempre – io)

 

Mariangela Gualtieri

da “Antenata”

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Nome che stai al centro

10 febbraio 2013

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Nome che stai al centro,

il tuo suono ciocca e s’imperla di voci

ma nessuna ti tiene, nessuna ti osa in

suoni, in lettera e in cifra. Nelle tue solitudini

di mai chiamato. Come tutto è assai strano.

A me sembra. Assai strano.

Ti piantóno, ti indago, mi avvicino in

millimetri. Ti ho nella voce

senza che esca in suono.

 

Mariangela Gualtieri

da “Nei leoni e nei lupi”

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Marina e la finestra

27 gennaio 2013

 

Ecco ancora una finestra, 

dove ancora non dormono.

Forse bevono vino

forse siedono così.

O semplicemente - le due

mani non staccano. 

In ogni casa, amico,

c’è una finestra così.

 

Non candele o lampade hanno acceso il buio: 

ma gli occhi insonni!

 

Grido di distacchi e d’incontri: 

tu, finestra nella notte!

Forse, centinaia di candele

forse, tre candele…

Non c’è, non c’è per la mia

mente quiete.

Anche nella mia casa 

è entrata una cosa come questa. 

 

Prega, amico, per la casa insonne, 

per la finestra con la luce. 

 

Marina Cvetaeva, dal ciclo “Insonnia”

23 dicembre 1916

 

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Tira, Willi!

23 gennaio 2013

Ogni famiglia, Natalia Ginzburg ci insegna, ha un suo lessico familiare. Sono frasi, parole, che emergono da una sorta di serbatoio comune in varie occasioni, e che per i non iniziati risultano del tutto incomprensibili. Un gergo, un codice, una sorta di appartenenza tribale. Usandole, si rievocano episodi di un tempo immemorabile, persone care scomparse, ma anche personaggi marginali, spesso casuali, immortalati solo da un aneddoto come in un’istantanea sbiadita, antichi vicini di casa, compagni di classe, di treno.

Se c’è una corda da tirare, qualcosa che oppone resistenza, una porta pesante, un peso da staccare, si dice: “Tira, Willi!” – in memoria di un circo, che sul finire degli anni 50 si accampò vicino a casa nostra, e di un bambino della carovana, dall’esotico nome di Willi, che aiutava a tirarne su il tendone.

 Se c’è da sbrigarsi, magari fare una corsa, qualcuno inevitabilmente dirà: “Un posso corrì!” – infinito in –ire rimasto famoso, coniugato da un contadino anziano che descriveva a qualcuno i suoi problemi di cuore.

 Se si ha ancora fame, pur avendo già mangiato molto, e ci si serve ancora una porzione, bisogna dire: “Me mangio questa panana, e come la va, la va”. Qui è importante usare un certo accento indefinibilmente centromeridionale – quello che usò l’originale, un paziente che divideva la camera d’ospedale con qualcuno, e che era stato appena operato allo stomaco (per la cronaca: mangiare quella banana NON fu una buona idea).

 Se qualcuno ti mostra una bella borsa, o un portafoglio, che si è appena comprato, si dice: “L’è pelletta ma l’è pelle!” – citando mio nonno Carlo, che ammirava i sedili in plastica di una 1100 appena acquistata.

 Se si ha bisogno urgente di andare in bagno, e magari è occupato, si dice: “Cappa pipì, cappa pipì!” – citando la sottoscritta, che in età immediatamente post pannolino era solita usare questa frase per ottenere massima attenzione e immediato aiuto dai presenti.

 Sopravvive, in quella frase, qualcosa di me bambina. E forse anche i figli di mia figlia la insegneranno ai loro figli, in coda per un bagno futuribile, da qualche parte nella galassia.  

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Essere cielo, essere mondo

11 dicembre 2012

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La punta del campanile della chiesa buca il telo del cielo azzurro dispiegato come un lenzuolo tra il giorno sopra e la notte sotto. Le case masse scure appoggiate sul terreno ruvido di gelo. Il cielo è vivo, palpita, freme, morbido. Io sono dura come la terra, ma ho anche in me un seme di morbidezza che riposa nel mio buio. Aspetto. Ascolto, stesa sotto la tenerezza del cielo, pronta ad arrendermi. Sulla facciata della chiesa, l’occhio di luce ha quattro quadranti puntati verso me, una croce e un mirino. Qualcosa mi parla, ma non riesco a sentire – forse sono io stessa, io terra che mi parlo. Il silenzio mi rende greve, ottusa. Sono fredda, dura, opaca. Bisogna affinare l’orecchio. Non capire, ascoltare. Essere cielo

sapendo di essere incerto mondo. Mi giro verso le cose vicine, nel dubbio fatto di carne densa e tremante, sentendo il richiamo del cielo esiliato. Mi volto nuovamente verso la chiesa e per un attimo il riflesso del mio viso mi sorprende come uno sconosciuto che giudica e insieme tende una mano. E’ un attimo e il riflesso svanisce. Vedo ancora la chiesa, sempre più sagoma scura. Il cielo le passa sopra per scendere oltre, nel fitto del bosco fatto di rami intrecciati che paiono pietra. Più giù ancora, dentro cunicoli freddi, penetro l’oscurità  finchè non sento risate di bimbi, lucore di fuochi. Mi siedo in attesa, sorbendo questo palpitare che sorge dal buio. Chiudo gli occhi ed attendo.

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Orbita

16 ottobre 2012

Il mio occhio si nutre

di te, delle tue

cartilagini

l’iride nuvolosa

le asperità visibili e quelle

oscure 

con cui mi hai eletta

sonda insonne il tuo buio e lo colma

di segnali. 

 

Vampiro

si vanta allo specchio 

del tuo desiderio

lo risplende

di carne illuminata come luna.

Orbita

ellittico costante

scansione.

 

Dal limo

dove nulla si crea ma tutto accade

ti inventa e ti trasforma

e tu esisti a te stesso e un po’ ti ami

precaria indistruttibile

ipotesi.

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La tua forma casuale

13 giugno 2012

 

 

Al pari di un profilo conosciuto,

o meglio sconosciuto, senza pari

fra gli altri animali, unica terra

la tua forma casuale quanto amai.

 

Sandro Penna, da “Croce e delizia”

 

un poeta a me particolarmente caro, di una terra a me cara


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My precious

27 maggio 2012

Il Lemure ha la pelle sintetica

di un divano da sala d’aspetto

le mia cosce ci sudano sopra

e mi bacia sfacciato la clavicola

con labbra verde fungo

mi fruga con gelido specolo

seduto sul mio petto lo opprime

in sonno, in veglia

canticchiando che ti perderò. 

Paziente, mendace

mi esige per sè

nella crepa tra tenebra e alba

 

detesta

la nostra creazione continua

soprattutto non tollera

che tu sia il centro del mio infinito

vive

per dirmi ogni ora la tua assenza

mi gonfia del suo alito

mi fa docile e vuota

bianca luna di gas

al suo guinzaglio.

 

Ora sei accanto a me

in questa notte e non so se mi vedi

goccia a goccia mi dici il tuo buio che cade

sfrigolando sulla mia sete calda

tu parli lui tace

rannicchiato in un angolo aspetta il suo bene prezioso

non sa che è per te solo

che il cielo si fa chiaro

ma io so - 

le tue mani furiose d’amore

esistono anche lontane.

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Linee

12 maggio 2012

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Solleva il ricevitore e incredula ascolta il segnale della linea libera. È improvvisamente certa che suo fratello morto potrebbe risponderle, come in quel sogno in cui cercava di dirle qualcosa ma la linea veniva sempre interrotta. Per questo, riattacca immediatamente.

Del resto, è un posto strano, questo.

Ci sono oasi improvvise, si aprono passaggi, crepacci dove si può cadere. Da un portico profumato di verde a una donna in un bar che ricorda le cupole d’oro della sua città lontana. Da una coppia seduta sotto i platani a parlare di morte ai volti tirati sotto i fili del tram. Dall’ombra dei corpi sul muro alle anime perse nei dedali tra le pietre, stanze silenziose con luci che si aprono improvvise verso notti boreali, un amico molto alto da abbracciare su un pianerottolo. Cortili che il sole carezza di nascosto, vergognandosene. Pappagalli verdi che sbattono le ali come cuori che si premono l’uno all’altro attraverso gabbie toraciche sottilissime. Case dalle sedie pericolose. Chiese che odorano di resina dalle quali uscire in fretta a respirare lacrime. Alberi bianchi di neve che non è neve ma lanugine che entra in bocca e nel naso a soffocare di tutto quello che non si è detto. E polvere, polvere di antiche esplosioni.

Bisogna stare attenti, molto attenti. Saltare, finchè si è in tempo.

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Risorti

6 aprile 2012

Torneremo nella città sull’acqua. 

 

Non in sogno, alti su golfi

di cieli inversi come conche

colme di stelle pulsanti

illusioni

 

Non senza peso, gracili in volo

le ossa vuote come calami

le piume malamente incollate ai vestiti

icareggianti frasi verso lune di carta

 

Non nei laghi della memoria, immersi

in acque basse e legnose

inginocchiati nel limo a scavare

fertili, tiepidi ricordi

 

Vi torneremo risorti.

 

Interi di corpo e di voce

di bianche carni ed esultanti pori

senza pietà, affamati di vento di laguna

capaci di rughe, aliti, carezze

avidi di altezze soleggiate

e sarà di nuovo il mattino 

nella stanza di passo

l’incresparsi di specchi sul canale

e le rose dell’alba

e i nostri nomi

freschi

da sciogliere in bocca

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