Archivio per la categoria ‘domande’

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Indizi

20 maggio 2013

La supposizione di un paradiso è contraddetta dall’attribuirgli delle qualità. Questo vale soprattutto per le tre religioni delle Scritture, ma anche per le credenze dei popoli guerrieri e cacciatori – il buddismo è a un altro livello, sebbene in esso disturbi il pensiero del ritorno. 

Il paradiso viene proiettato partendo da una condizione imperfetta. Per questo noi, più che un’ascesa, supponiamo piuttosto l’addio ad un mondo condizionato da qualsiasi misura e legge. Addio ad alto e basso, buono e cattivo, bello e brutto, anche dal dolore e dal desiderio. 

Indizi:

la lux aeterna, lo splendore senza ombre che non consuma energia nè materia. Et lux aeterna luceat ei. 

Inoltre: la musica delle sfere. Non esistono più note, ma un filo sottilissimo che non si spezza, ma porta al silenzio. E così l’opera d’arte, che come ultimo approssimarsi alla perfezione mai raggiungibile oltre sé e oltre ogni parola conduce alla muta ammirazione. 

Infine, l’orgasmo: il desiderio si annienta come un’onda che si infrange sull’eterno; si annienta la coscienza e l’individualità.

Ernst Jünger, dal diario: 5 Maggio 1984

(traduzione mia)

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La sorgente

3 febbraio 2013

Gustave Courbet, La source

E. ha poco più di vent’anni e fra poco sarà medico. È un bel ragazzo, e potrebbe ampiamente essere mio figlio. Ogni tanto, parlando, si manda indietro il lungo ciuffo che continua a ricadergli sugli occhi azzurri. Parla in fretta, nervosamente, animato da una strano, perentorio entusiasmo. Dicono che è molto intelligente, che diventerà qualcuno. Lo incontro a volte vicino alla macchina del caffè. È cordiale, chiacchierone. Mi parla spesso di apoptosi, o di Mac. O di ragazze, con la stessa veemenza. “Proprio non capisco: dicono tutte di essere grasse. Io, non ne conosco una sola che chiamerei grassa. Continuo a ripeterlo, eppure sono tutte fissate. Che vi dobbiamo dire, che vi dobbiamo fare, perchè ci crediate: me lo dici tu, che sei grande?”

Penso agli anni che mi ci sono voluti, alle esperienze che ho dovuto fare, per imparare a piacermi. A come vivo bene nel mio corpo imperfetto, come ho imparato a curarlo, nutrirlo, sentirlo appartenermi. Non è stato facile, e la maternità ha avuto un grande ruolo nella mia evoluzione personale: di cosa è stato capace questo corpo: la potenza, la perfezione di cui è stato capace.

Non mi sono mai sentita solo madre. Non mi sono sentita madre che molto dopo aver partorito. Eppure, ero cambiata: ero pronta ad aprirmi alla possibilità di piacermi. Lentamente ho imparato ad abitarmi, a concedermi, a forse anche a mollare la presa. Forse. Gli incontri, le esperienze, tutto ha aggiunto spessore, carne alla carne, anima all’anima.

Essere grasse, essere magre. Seno troppo piccolo, troppo grande. Asimmetrie, asperità, magagne. Pelle, mucosa, pelo, morbidezza e durezza delle superfici. La vita ci plasma, se glielo permettiamo: si impara che esistono altri canoni, altri gusti, altre regole, e che ognuno le inventa, e vanno tutte bene.

Non so cosa rispondere a E. : che fa bene a ripeterlo, a tutte? Che fa bene a guardarle, ad accarezzarle, alcune con le mani e tutte con lo sguardo, perchè sono esseri completi, ognuno a suo modo perfetto, tutte?

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Vispa e Vespa

31 gennaio 2013

 

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Mia figlia ha appena compiuto tredici anni. La sua paghetta settimanale è di 200 corone, circa 25 euro. Perchè le venga pagata, deve soddisfare due presupposti. Il primo è che si impegni a scuola. Il secondo è che tenga la sua camera in un minimo di ordine (ovvero, che entrarvi e soggiornarvi non costituisca un pericolo di vita). 

Sul primo punto non c’è nulla da dire: non ha mai tralasciato una sola volta di fare i compiti, sta attenta in classe e ha risultati brillanti in tutte le materie. Pur studiando il minimo indispensabile, riesce a portare a casa compiti senza neanche un errore. Come faccia, specialmente in matematica, è per me un mistero, sul quale mi guardo bene dall’indagare.

Il secondo punto, invece, negli ultimi tempi lascia sempre più a desiderare. Tanto che sono stata costretta a sospendere temporaneamente i pagamenti.

Stretta dalla necessità, piuttosto che riordinare la camera, non ha perso tempo a trovarsi un lavoretto: consegna giornali a domicilio il sabato e la domenica mattina. Li ritira nel punto indicato, se li carica nello zaino e si fa il suo giro, suonando ai campanelli. Nel giro di un paio d’ore guadagna sui 15-20 euro, ovvero circa 150 euro al mese. Le ho già ordinato la sua tax card, che deve avere anche se è al di sotto del limite tassabile. Si è già trovata una sostituta per quando sarà malata o in vacanza, e si sta già calcolando i premi ferie che, molto socialdemocraticamente, le sono garantiti. Dichiara che risparmia per comprarsi, allo scoccare dei 16 anni, una Vespa rossa fiammante.

Il mio dilemma ora è questo: ha un senso continuare a pagarle la paghetta?

La sua camera da letto è il solito immondezzaio – ma un difetto le deve pur essere concesso?

Pagarle una paghetta ridotta? Ma ha un senso ridurla, o non sarebbe questa una sorta di punizione per la sua iniziativa autonoma, che invece è lodevole?

Qualcuno mi da un consiglio?

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La stanza senza ombre

17 gennaio 2013

“Tutto questo è kafkiano”. 

Mi guarda fisso da dietro le lenti. È seduto con le gambe accavallate, i pantaloni neri di due taglie troppo grandi, le mani bianche delicatamente intrecciate in grembo. Un professore, pacato e gentile, la bella voce suadente, che ti sta ponendo la domanda chiave: sei in bilico per la prossima sessione, e non hai studiato abbastanza. Ci vuole un colpo di fortuna. Ma di fortuna, in questa stanza bianca e senza ombre, ombra non c’è.

Ne convengo, tutto questo è kafkiano. È cominciato poche settimane fa, con un improvviso dimagrimento, dei doloretti allo stomaco, una diagnosi iniziale di diabete. Una rapida successione di esami, poi la sentenza: tumore al pancreas. Il professore si informa, consulta, legge, si fa i suoi calcoli. Me ne rende partecipe, con la sua bella voce che a volte ha impercettibili incrinature, come il ghiaccio sottile che vela i parabrezza nelle mattine d’inverno. L’accento tedesco, appena percettibile, è quello di certi sermoni ascoltati sotto i pulpiti di chiese del nord: pacato, ponderato. Inesorabile. 

“Si parla di primo ciclo, di antiemetici, di biopsie. Sappiamo entrambi che ho al massimo un anno di vita, no?” Nello spazio di un secondo, mi chiedo chi è l’altro dei due, il due degli entrambi, lui e? Mi guarda, il lucido degli occhi brilla come un quarzo nel riflesso degli occhiali. L’altro sono io, e non ci sono ombre dove nascondersi, solo efficienza ovattata e garbata gentilezza da offrire, comprensione standard, ma lui non la vuole. Mi trascina là dove il ghiaccio è sottile, sottile. 

“Nessuno può saperlo con certezza.” Rispondo questo, e anche questo è kafkiano. La condanna è certa, ma non si sa quando verrà eseguita. Ma soprattutto, non ne sapremo mai il motivo. Eppure, la non certezza del quando è anche speranza – quella di un’altra estate, di qualche altro risveglio, qualche altra sorpresa, carezza, qualche battito ancora. La speranza è il filo sottile tra i numeri, l’intervallo di confidenza, che non va confuso con la probabilità, l’impercettibile spiraglio, il margine minimo di errore. Il professore lo sa: bisogna vivere come se.

Annuisce. “Questo è vero, nessuno può saperlo. Penso molto… alle scelte che ho fatto. Penso soprattutto a quello che non ho fatto.” Il ghiaccio si incrina e tocco qualcosa di gelido. È un attimo – qualcosa mi sospinge di nuovo verso la superficie. Un istinto, un riflesso. Ci stiamo avvicinando troppo.  Devo ritrarmi, e lo faccio professionalmente: come affrontare al meglio la terapia. Se avessi ancora un libretto, credo che ci scriverebbe un ventiquattro.

 

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Sassi nello stagno

22 novembre 2012

 

Su questo blog sta avvenendo uno strano fenomeno.

Sempre più spesso, io pubblico post che nessuno commenta.

Dice, e dov’è la stranezza? Scrivi dal 2005, il mondo cambia, il blog è diventato un prodotto di nicchia, ora siamo tutti su facebook, su twitter, è li che si dialoga, il blog è passè. Tutto vero. Niente di strano, cose che si sanno. La cosa strana è questa: che le visite giornaliere a questo blog, cioè il numero di lettori e la frequenza con la quale mi leggono, non solo non calano, ma sono in aumento – le cifre parlano chiaro.

Lettori muti, quindi.

Lettori passivi? Mi leggono, evidentemente tornano a leggermi, mi seguono, in un atteggiamento di ricezione nei confronti di quello che scrivo. Come si legge un quotidiano, o un libro, senza pensare di scrivere all’autore.

Lettori timidi? Altri, probabilmente, da quelli che mi seguivano alle origini, non più curiosi di me ma paghi di leggere quello che scrivo, non sentono evidentemente il bisogno di esporsi e cercare un contatto.

Lettori in cerca di quiete, che vengono qui per leggere in pace e riposarsi dal chiacchiericcio che c’è “di là”? Accomodatevi su una poltrona blu, vi offro un tè e metto su le Suite Francesi. Schiff o Gould? Latte o limone?

I miei post sono cambiati. Io sono cambiata. Non sono post che invitano al commento, me ne rendo conto. Non si rivolgono, non chiedono pareri, non polemizzano. Sono sassi lanciati da me stessa nel mio stagno, introspettivi, compiuti. Come sassi, cercano il fondo. Come sassi, pesano. È un periodo così. È un bel periodo, non è un bel periodo.

Ogni tanto, ricorrentemente, mi viene il pensiero di chiudere quest’esperienza. Non lo faccio perché amo questo mio spazio, più vado avanti e più ne vedo la storia, i contorni, l’evoluzione. Per ora ho ancora qualcosa da dire, qualcosa di mio, inattuale, personale. Così come sono io ora, diversa da com’ero quando ho aperto, diversa da come sarò quando questo blog cesserà di esistere.

Ci siete, lo so che ci siete e siete sempre di più – ma siete diversi, anche voi. E mi andate bene così.

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Banane e altri pericoli

18 agosto 2012

Mia figlia, tredici anni a gennaio, é abbonata a una rivista per ragazzine, la più diffusa in Norvegia. Sull’ultimo numero, i titoli sulla copertina sono: “Back 2 school”, “Demi Lovato torna alla ribalta”, “La guida degli indirizzi dei divi”, “Hurra! Vinci una bici!” e “Sogni al cioccolato – le ricette per le torte più buone”. Devo ammettere di non aver mai letto la rivista dall’inizio alla fine, anche perché ogni volta che ci provavo, mia figlia tentava di distogliermi con scuse varie. Fino a ieri, quando in un momento in cui lei non c’era mi è capitato di leggere la rubrica di posta “Tine e Thomas”. Tine e Thomas, due disegnini simpatici con tanto di camice bianco e stetoscopio al collo, danno risposte alle ragazzine su quesiti letteralmente di ogni tipo.

C’è, per esempio, ”Una ragazza inesperta”: 

“Cari Tine e Thomas, vi leggo da quando avevo 14 anni e sento che a voi posso chiedere tutto, anche cose che mi vergognerei di chiedere ad altri. Ho 19 anni e non ho idea di come si faccia a fare un pompino. Potreste darmi dei consigli? Si deve mettere tutto in bocca? Ho provato con una banana ma stavo per soffocare, così ho paura di farlo con un ragazzo… spero davvero in una risposta, perché mi aiuterebbe molto. “

Gulp.

Tine e Thomas, in questo caso Thomas,  non fanno una piega:

“Ciao! Lo scopo del pompino non è quello di introdurre il pene il più possibile in bocca. Lo scopo è stimolare diversi punti, dalla radice alla punta, in modo che il ragazzo provi piacere. Inizia col leccare e succhiare la punta del pene. Sii cauta, e usa molta saliva. Contemporaneamente, puoi chiudere la mano intorno al pene e stringere dolcemente spingendola su e giù. Dopodichè puoi introdurre il pene in bocca, e toglierlo di nuovo se non ti piace. A poco a poco troverai la tua tecnica. Un ottimo consiglio è guardare il ragazzo mentre lo fai, così potrai vedere cosa gli piace di più . Puoi anche chiedergli direttamente cosa desidera che tu faccia. Non ti stressare, fai con calma e osserva i segnali. Un saluto da Thomas.”

Le altre lettere riguardano, nell’ordine: depilazione intima (è pericoloso scambiarsi i rasoi?), pillola (si deve prendere per tutta la vita?), uso del profilattico (a chi tocca infilarlo? Tine: “vedete sul momento”), una che le è morto il gatto e non si riprende dal dolore (Thomas empatico: “Il tempo cura tutte le ferite”), una che è innamorata ma non osa dichiararsi (Tine: “Buttati, in fondo cosa può succederti di grave?”), una più filologicamente interessata che non sa la differenza tra i termini scopare, fare sesso e trombare (Tina le spiega che in fondo è la stessa cosa, ma che probabilmente “fare sesso” ha una gamma di significati più ampia delle altre due), una che si chiede se esiste un nesso tra brufoli e cioccolata (Thomas asserisce di no, ma esistono reazioni individuali, geneticamente determinate, alle varie sostanze), una quattordicenne che teme di essere incinta e la madre lo trova assolutamente normale (Thomas: “Rivolgiti immediatamente all’assistente sociale della tua scuola, valuteranno il tuo affidamento a un’altra famiglia”). 

Metto giù la rivista, stremata. Istintivamente vorrei bruciarla. Non so perchè, provo un senso di panico all’idea che la mia bambina legga regolarmente cose di questo genere. Vorrei anzi schiaffeggiare Thomas e dirgli che non si permetta. Poi penso che non servirebbe a nulla, che forse anzi è bene che sappia, che sicuramente io non potrei farcela a spiegarle. Che insomma anche il sesso orale esiste (per fortuna) e che tutto è vita, come giustamente diceva qualcuno.

Infine penso al rischio di un atroce soffocamento da banana, e mi viene da ridere. Sapere è sempre meglio che non sapere, no?

Non so.

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L’urgenza

11 aprile 2012

 

 

 

 

 

Ai ragazzi sembrava che togliere spazio alle opere per pregare fosse una perdita di tempo, e don Lorenzo insisteva a dire che bisognava anche pregare, facendo però attenzione alle circostanze e badando quindi alle urgenze. Se c’era urgenza bisognava agire. Disse: “Sarà urgente pregare quando a tutti sembrerà importante operare”.

 

 

 

Don Lorenzo Milani racontato da Adele Corradi

 

E voi, quando avete pregato l’ultima volta?

 

 

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Tu o esso?

17 marzo 2012

L’altro giorno, parlando con un’amica, lei mi fa: “Guarda, io ti ascolto comunque volentieri,  e posso anche provare a darti un consiglio. Io sono bravissima a dare consigli, anche se non riesco a darli a me stessa, riguardo alla mia vita.”

Riflettendoci, mi pare che in fondo sia spesso così: le persone più disponibili ad ascoltare senza giudicare e a dare consigli sono quelle che meno sanno consigliare se stesse. Hanno vite emotivamente caotiche e incongrue, propense a fenomeni come l’illudersi, il prendere cantonate, l’innamorarsi delle persone sbagliate, l’indulgere in atteggiamenti e comportamenti inutili e nocivi come la bassa autostima, l’amore non corrisposto, la rimozione di verità spiacevoli, e chi più ne ha più ne metta. Al contrario, quelli che dicono “non ti capisco proprio” e “non mi sognerei mai di darti un consiglio” hanno in genere vite senza ombre, hanno affrontato sistematicamente i propri conflitti interiori, conoscono alla perfezione tutti i meccanismi psicologici e hanno risolto ogni dubbio su cosa è giusto e appropriato e cosa no.

È dunque ipotizzabile che – paradossalmente – la capacità di guardarsi dentro possa andare a scapito dell’empatia? E che, invece, la disponibilità ad ascoltare senza giudicare implichi necessariamente una mancanza di rigore, in primis verso se stessi?

Oppure, la differenza sta piuttosto nella percezione della relazione con l’altro, che nel primo caso è incondizionata, nell’altro è condizionata da precisi presupposti? Come direbbe Buber, l’altro è un tu o un esso?

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L’ultimo amore di Nansen

6 febbraio 2012

Diciamolo, Nansen è un mito. Non tanto per la maggioranza dei norvegesi di oggi, tranquilli nel loro benessere, abituati al welfare, agli agi, ai viaggi, alle carte di credito, alle innovazioni tecnologiche. Quanto per tutti quelli, non solo qui in Norvegia ma in tutto il mondo, che amano sfidare i limiti della natura e dell’umano, sia geografici che fisici, ed inevitabilmente anche politici. L’impegno, la fatica, la spinta. “Fram”, “avanti”, si chiamava la sua nave.

Quest’uomo bellissimo, dallo sguardo ancora oggi vivo e ardente di ghiaccio, fu esploratore, geografo, zoologo, diplomatico, oceanografo, scienziato e umanista. Lo hanno reso famoso le sue imprese leggendarie, all’epoca al limite dell’umano. La traversata della Groenlandia su sci nel 1888: pensate agli sci di quei tempi, due pezzi di legno pesantissimi, pensate all’attrezzatura, all’equipaggiamento. 560 km su sci, a lungo nelle tenebre, raggiungendo fino a 3000 m di quota.

Da quell’impresa  nacque l’idea della sua spedizione al polo del 1893: lasciarsi trasportare dalle correnti che aveva osservato, che dalle isole della Siberia avrebbero portato la “Fram” fino al polo. L’ipotesi era quella, rivelatasi corretta, che sotto non ci fosse una terra, ma solo ghiacci. La “Fram” partì da Oslo con viveri per sei anni e carburante per otto. Giunta a nord della Siberia, la “Fram” fu appositamente lasciata andare alla deriva fino ad essere imprigionata dai ghiacci. Ben presto, divenne però chiaro che il movimento della nave era troppo lento.

Nansen, lui, che fece? abbandonò la nave e, accompagnato da Fredrik Hjalmar Johansen, con le slitte e i cani tentò di raggiungere il polo a piedi. I due incontrarono condizioni meteorologiche pessime, e furono costretti a passare l’inverno nella Terra di Francesco Giuseppe, in una primitivissima capanna. Alla latitudine di 86° 14′ N decisero di abbandonare il tentativo e e di tornare indietro. Nessuno prima di loro era mai arrivato fin lì. Ce la fecero a rientrare sani e salvi dopo tre anni, lui, Fredrik e quasi tutti i cani. Dalle imprese di Nansen, Roald Amundsen, Falcon Scott, Umberto Nobile, il Duca degli Abruzzi, intere generazioni di esploratori polari attinsero conoscenze fondamentali.

la “Fram” imprigionata dai ghiacci

Il nome di Nansen però è forse altrettanto famoso per il suo impegno diplomatico e umanitario, in particolare a favore dei rifugiati sovietici e dei prigionieri e dispersi durante la prima guerra mondiale, impegno che gli valse il Nobel per la pace nel 1922. Fu lui a istituire il famoso “passaporto Nansen” per gli apolidi, che salvò la vita a migliaia di esuli russi, greci e armeni, nonché, fino al 1938, a molti ebrei italiani. Per il suo impegno particolare contro il genocidio degli Armeni, a Nansen è intitolato un monumento sulla collina memoriale degli Armeni a Yerewan.

Nansen amava le donne, e ne ebbe moltissime. La sua carriera di seduttore iniziò, come spesso accade, quando egli stesso venne sedotto a 21 anni, sicuramente di buon grado,  da una donna che ne aveva venti più di lui, la moglie di un pastore protestante presso il quale Nansen alloggiava da studente. Guardando le foto nelle quali sono ritratti insieme, non si stenta a comprendere la moglie del prete.  A Nansen comunque non mancarono mai le occasioni, e probabilmente non se ne lasciò scappare molte. Dalla prima moglie Eva, che amò moltissimo,  ebbe cinque figli. Dalla seconda moglie Sigrun, nessuno. Fu, quello, un matrimonio infelice.

Forse anche perché il Grande Vichingo stava invecchiando. Nonostante fosse ancora in piena forma fisica, avvertiva forse i primi segni di una vecchiaia del corpo che non riusciva ad armonizzare con la sua anima, tuttora giovane, viva, ardente. Fu in quel periodo, nel 1929,che Nansen conobbe Brenda Ueland, una giornalista americana, che lo intervistò durante un suo soggiorno negli Stati Uniti. Lui aveva 67 anni, lei 37. Brenda Ueland non era sposata, ma aveva un figlio. Era una donna fortemente anticonvenzionale, allora appena uscita da una relazione lesbica, una donna abituata ad una libertà inedita per l’epoca, una che non aveva paura di esplorare, avventurarsi dove non era mai stato nessuno, anche da sola: una come Nansen?

Brenda Ueland

I due si innamorano follemente e iniziano una intensa corrispondenza, che dura quasi due anni.  Solo le lettere scritte da Nansen ci sono giunte, non quelle scritte da Brenda, distrutte dagli eredi di Nansen.  Non sono lettere di grande valore letterario. Il linguaggio è quello, enfatico e spesso banale, delle lettere d’amore. Testimoniano, invece o forse appunto,  un grande amore. Nansen racconta a Brenda la sua vita, i suoi amori, i suoi ricordi, le sue scoperte, il grigiore della vita quotidiana con le figlie, gli impegni politici e le onoreficenze che lo tediano, i suoi progetti futuri con lei.  Si confida: “Voglio che tu conosca ogni angolo della mia anima e del mio cuore – non perchè io creda che tu non possa trovarvi nulla di grezzo, o offensivo, ma perchè tutto, tutto ti appartiene. ” Si lascia andare all’innamoramento, alla passione, al desiderio. Le scrive, profeticamente: “Dopo che ho incontrato te, non potrò mai amare nessun’altra.” Nansen non si lascia intimidire dalla bisessualità di Brenda. “Mi hai raccontato che hai avuto molti amanti, uomini e donne, e mi pare una cosa naturale. Io so solo che tu non sei omosessuale, perchè puoi amare un uomo con tutta la potenza della tua bella anima e del tuo bel corpo.” Si intuisce che Brenda risponde a Nansen con lo stesso ardore.

Dopo i tre giorni passati insieme in America, non si vedranno più. La corrispondenza va avanti due anni, fino alla morte di Nansen, improvvisa, inattesa. Brenda, ancora giovane, farà in tempo a sposarsi due volte prima di morire, novantatreenne, nel 1985. Per settant’anni, sulla loro storia cade il silenzio.

Ma un nipote di Brenda ritrova, tra le carte della nonna,  le lettere di Nansen. E non solo quelle.  Trova, nelle buste, anche  delle foto, che Nansen ha spedito a Brenda. Sono foto scattate con l’autoscatto, nel 1929, e sviluppate da Nansen stesso: per Brenda. Mostrano un uomo anziano –  non l’esploratore, il professore, il diplomatico, l’eroe, ma un uomo nudo. Le si mostra nudo, nel corpo e nell’anima.

Le foto hanno fatto scalpore. Non per il nudo, ci siamo abituati, a parte facebook puritano che le ha censurate - ma perchè parte di una corrispondenza privata. Biografi, giornalisti, scrittori, parenti, discendenti si sono espressi in merito, con voci discordi:  era giusto pubblicarle, includerle in un libro dal titolo “L’ultimo amore di Nansen”? Ha sbagliato Brenda a non distruggerle, a lasciarle al nipote, o lui a pubblicarle?

E, se dopo tutto questo pizzone ci siete ancora, e guardate l’ultima foto, vorrei chiedervi: 

la trovate patetica?

la trovate toccante?

la trovate una ridicola messa in scena?

ci dice qualcosa che non sapevamo di lui?

ci dice qualcosa su come tutti noi innamorati siamo ridicoli, nudi, indifesi?

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In chiesa

15 gennaio 2012

Quando è l’ultima volta che siete entrati in una chiesa?

E perché ci siete entrati?

E – se posso insistere – nel corso della vostra vita siete entrati in chiesa per motivi diversi? Siete cambiati?

Certo che mi faccio proprio gli affari vostri.

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