L’altro giorno, parlando con un’amica, lei mi fa: “Guarda, io ti ascolto comunque volentieri, e posso anche provare a darti un consiglio. Io sono bravissima a dare consigli, anche se non riesco a darli a me stessa, riguardo alla mia vita.”
Riflettendoci, mi pare che in fondo sia spesso così: le persone più disponibili ad ascoltare senza giudicare e a dare consigli sono quelle che meno sanno consigliare se stesse. Hanno vite emotivamente caotiche e incongrue, propense a fenomeni come l’illudersi, il prendere cantonate, l’innamorarsi delle persone sbagliate, l’indulgere in atteggiamenti e comportamenti inutili e nocivi come la bassa autostima, l’amore non corrisposto, la rimozione di verità spiacevoli, e chi più ne ha più ne metta. Al contrario, quelli che dicono “non ti capisco proprio” e “non mi sognerei mai di darti un consiglio” hanno in genere vite senza ombre, hanno affrontato sistematicamente i propri conflitti interiori, conoscono alla perfezione tutti i meccanismi psicologici e hanno risolto ogni dubbio su cosa è giusto e appropriato e cosa no.
È dunque ipotizzabile che – paradossalmente – la capacità di guardarsi dentro possa andare a scapito dell’empatia? E che, invece, la disponibilità ad ascoltare senza giudicare implichi necessariamente una mancanza di rigore, in primis verso se stessi?
Oppure, la differenza sta piuttosto nella percezione della relazione con l’altro, che nel primo caso è incondizionata, nell’altro è condizionata da precisi presupposti? Come direbbe Buber, l’altro è un tu o un esso?




