È l’ultimo giorno.
L’ho passato a percorrere le scacchiere di pietra liscia di questa città cristallina, dall’alba fino agli arabeschi che animano la sera d’ombre inquiete. Ho visto le ruote di bicicletta sfiorarla cariche di bambini a grappoli odorosi di latte al mattino, ho consumato d’attesa i bassi ponti acquattata nel pomeriggio tra barche senza fondo, finchè mi ha morsa il gelo e ho deciso di tornare qui. Nessuno sembrava notare la stella. Eppure c’erano occhi nell’ombra che seguivano i miei passi, certi della preda. La salvezza è ancora possibile, puoi ancora trovare un passaporto, puoi ancora salvarmi. Me lo ripeto nei viali del parco tra le siepi di bosso e le mie ciglia bagnate dai verdi meandri dell’acqua di mare. Vene gelide e sapienti mi hanno condotta fino a sera, fino a qui, a questo albergo decrepito dei fasti di marmi passati. Verrai.
La mia stanza è calda, soffocata da tende pesanti che scosto impaziente. Non sei ancora arrivato, ma l’ombra che mi ha seguita fin qui c’è ancora, è il puntino rosso di una sigaretta sotto l’androne del palazzo di fronte. Apro la finestra e lascio entrare il buio. Lascio che entri a annusare ogni angolo come un cane randagio in cerca di te, poi lo caccio. Il calore si è dissolto. Mi tolgo la giacca con la stella, mi spoglio rapidamente e mi infilo sotto le lenzuola. Aspettarti è un’arte che conosco. So ricamare il tempo steso come un merletto sul telaio del soffitto e so tenderlo tra le cornici di stucco. Lo sento rapprendersi a cercare spessore, trovare albergo nel mio corpo. E io lo ospito, aspettando la tua immagine rarefatta farsi vera, carne.
Eppure non verrai. Ma loro verranno. Sanno dove sono, dove siamo, noi pochi ancora rimasti, e forse sono rimasta solo io. Il mio corpo ora è caldo. L’ora è passata da un pezzo e non devono trovarmi. Mi siedo sul letto, cerco la fiala in borsetta, l’agito leggermente facendo scendere il liquido nella parte inferiore. Ne spezzo il fragile collo di vetro. Risento le tue dita sfiorare il mio senza spezzarlo, le punte leggere leggermente ingiallite di fumo, il tuo sguardo perso nelle castagne lucide del mio, ciglia come ricci da aprire di baci.
La siringa è vetro e metallo pesante. Non l’ho fatta bollire, non c’è bisogno. Tiro su la manica, e il mio braccio è più chiaro e sottile di un tempo, della nostra unica estate rossa di ciliegie tiepide che mangiavi dall’incavo dei miei seni.
Fuori, la città aspetta il tuo passo che non arriva. Le lancette ricordano le tue parole di ieri, in quel bar fumoso e inospitale. Tu cercavi parole da materia sottile, io mi appropriavo avidamente del tuo viso stanco, e ti offrivo il mio altrettanto cadente, squarciato da un sorriso. Volevo rubarti e non potevo, volevi salvarmi e non potrai, riempire la mia vita vuota della tua eccedenza, e non potrai. Essere dove so che non sei, dentro ciò che non sapevo di poter avere, dentro ciò che senza te non posso avere, in ciò che in me è fuoco nel gelo.
L’albergo tace coi suoi tappeti folti. Non verrai più.
L’ago buca la pelle tesa su un pulsante segmento d’azzurro e l’onda di fuoco straripa, dal braccio fino al cuore. Riesco ancora a stendermi. Respirare è sempre meno importante, lo faccio ormai raramente. Percorro senza sforzo un sentiero in leggera salita. Rapidi passi alle mie spalle mi fanno arrestare per un attimo. Mi volto a guardare in basso, alle mie spalle. La porta che si spalanca e tu che entri, trafelato, il gelo della notte sulla divisa, gli occhi sbarrati, e la tua bocca disegna il mio nome che non sento più. La tua ombra si inginocchia accanto a me. Poi ogni stella si spegne.