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Il silenzio della perfezione

8 Novembre 2009

Truls Mørk suona la suite BWV 1009 per violoncello di J.S.Bach (settembre 2008)

 

Ognuno ha i propri modelli, alcuni sono idoli, altri dei.

Nel mio olimpo personale, uno dei posti è sempre stato il suo.

Per uno strano scherzo del destino, per due anni consecutivi ha dato un concerto in questa città nel giorno esatto del mio compleanno. L’anno scorso andai a salutarlo, dopo il concerto. Era solo, lucidava il violoncello con gesto stanco. Non si aspettava visite, in questa città troppi pensano che congratularsi con gli artisti dopo i concerti sia roba da invadenti. Mi ricordo che è perfino arrossito, lui che è più bravo di YoYo Ma. Mi stupì questa sua timidezza, ben peggiore della mia, che prima di andarci avevo dovuto buttare giù due bicchieri di prosecco al bar del teatro.

Anche quest’anno, il 27 agosto doveva suonare qui. Io già pregustavo, aspettando che mettessero in vendita i biglietti. Concerto annullato. La mia collega che sa sempre tutto mi informa che l’ha morso una zecca. E non è uno scherzo. Poi, cala il silenzio su Truls Mørk, per diversi mesi. Ieri apro il giornale e lo vedo. Volto sofferente, regge il violoncello con la destra, mentre il braccio sinistro penzola inerte.

Titolo: “È probabile che non tornerò più a suonare”. Racconta: “Un giorno d’estate del 2006 ero solista per The Philadelphia Orchestra e dovevo dare un concerto a Saratoga, New York. Da bravo norvegese, avevo bisogno di camminare un po’ e decisi di andare a piedi dall’albergo al centro, passando per i campi. Tutto andò benissimo, ma la sera mi accorsi che ero pieno di punture rosse sulle gambe. Mi dissero che erano punture di zecca. Ad aprile di quest’anno, durante una tournee in Giappone, mi ammalo. Febbre alta, dolori dappertutto. L’infezione era rimasta latente per anni. Ehrchiliosi, borreliosi, tularemia, piroplasmosi, non si sa bene cos’ho. Di fatto, ho avuto un’encefalite e ho una paralisi ai muscoli del braccio sinistro. Sono mesi che quasi non riesco ad alzarmi dal letto, mesi che non suono, che non riesco ad ascoltare più nulla. Non si sa se, e quando, guarirò.”

Macchie scure sul foglio di giornale. Lacrime.

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Silenzio in Liguria

5 Novembre 2009

Scade flessuosa la pianura d’acqua.


Nelle sue urne il sole

ancora segreto si bagna.


Una carnagione lieve trascorre.


Ed ella apre improvvisa ai seni

la grande mitezza degli occhi.


L’ombra sommersa delle rocce muore.


Dolce sbocciata dalle anche ilari,

il vero amore è una quiete accesa,


e la godo diffusa

dall’ala alabastrina

d’una mattina immobile.


Giuseppe Ungaretti

1922

da

Sentimento del Tempo

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Cose che cadono

2 Novembre 2009

il vestito sul pavimento, accerchiando i miei piedi nudi

le prime gocce di pioggia  sul vetro, come artigli subito prima dell’alba

la moneta nella cassetta delle offerte, l’odore di cera e penombra

l’archetto sul pavimento di legno, nel silenzio prima della prima nota

il libro che ti cade in grembo quando ti dico “ora puoi guardare” e alzi gli occhi su di me

la sabbia che cade dal pugno, un rivolo sottile

gravità e leggerezza

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Per questo ero così arrabbiata

29 Ottobre 2009

P1030839Torno a casa dal lavoro dopo una giornata micidiale, mi accoglie una montagna di zaini e giacche gettati alla rinfusa nell’ingresso. Maria ed un’amica hanno fatto i muffin, odore di bruciacchiato in tutta la casa, poi sono uscite. La cucina è un pollaio, ditate di cioccolata sui pensili, ciotole da lavare, farina sul pavimento, macchie di burro fuso sui vetri. Sento la collera montare piano. La mia anima ordinata si contorce in spasimi di dolore mentre mi accingo a pulire tutta la cucina. Ci metto un’ora, e ho un calo di zuccheri che mi infuria ulteriormente. Da varie tracce mi accorgo che le bambine non solo non hanno fatto i compiti, ma che hanno giocato coi miei rossetti, rovistato tra i miei libri, e che perdipiù sono uscite senza sciarpa. Il mio umore peggiora.

Maria e Anna rientrano. Con quella che mi pare una calma apollinea dico loro che non possono mettere tutto a soqquadro così, e che soprattutto non possono usare la cucina se prima non hanno fatto i compiti, e se dopo non la rimettono a posto. Mi sembra di dire cose molto sagge e ponderate. Esplode la collera di Maria, violenta e inattesa. Anna se ne va impaurita, e io resto sola con la piccola furia. Per il resto del pomeriggio è intrattabile. Alla fine m’imbestialisco anch’io, e la spedisco in camera sua a meditare. Lei ci va sbattendo la porta, e dicendo di non volermi più vedere. Questo mi porta all’esplosione finale: “Allora domani non ti porto al cinema”. “Chi se ne frega!” ribatte quella, da dietro la porta chiusa. Sembriamo due furie. Cala il silenzio. Io girello per la casa, lei fa chissà cosa nella sua stanza. Poi, sento che scende le scale. Penso (spero) che forse si è messa a fare i compiti, chiusa nella biblioteca.

Mi arriva alle spalle di sorpresa, e senza dire una parola mi consegna una lettera che ha appena scritto. Titolo: “Per questo ero così arrabbiata”

“Oggi a scuola è successa una cosa spiacevole. Io ieri ho dovuto fare il vaccino, e Marte continua a gongolare perchè lei non deve fare il vaccino dell’influenza suina, mentre io sì. La sua mamma ha detto che lei non lo farà. Lei gongola di questo insieme agli altri, perchè loro non hanno l’asma, ma io sì e poi ho appena avuto la pielonefrite ed è stato brutto, e la mia topina è morta, ma per via della mia stupidissima allergia non potrò più avere animali. E negli ultimi tempi tu sei venuta moltissimo nella mia stanza a disturbare quando ci sono i miei amici, molto più dei loro genitori, e io devo fare tanta matematica, e negli ultimi tempi sento che la mia vita è molto brutta.

E poi io e Anna avevamo riordinato per mezz’ora e fatto del nostro meglio ma tu continuavi a lamentarti e imbarazzarmi davanti ad Anna, e poi dici che non mi sono lavata le mani e invece l’avevo fatto, e poi mi dici vieni a mangiare ma a causa di un bellissimo pacco Penny che mi arriva solo una volta al mese io arrivo con dieci secondi di ritardo, e allora tu mi privi dell’unica cosa che mi rimane in cui sperare, cioè il cinema.”

 

Mi sento un mostro.

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Linea di sangue

25 Ottobre 2009

Il paziente di oggi è un signore sessantenne, diagnosi linfoma a cellule mantello, reduce da un trapianto autologo di cellule staminali, terapia conclusa circa un anno fa, sta bene, vive relativamente bene, sotto l’ombra discreta e inquietante della recidiva. Oggi ha un controllo periodico del midollo.

Il mio compito è assistere al prelievo, prendere in consegna il campione, contrassegnarlo e suddividere ciò che dovrà essere analizzato da noi e ciò che invece verrà spedito a Copenaghen. Lavoro di routine, fatto mille volte.

L’intervento non è molto doloroso, si fa in anestesia locale. Ma il paziente, come quasi tutti, ha paura. Stesi su quel lettino, ho visto giocatori della nazionale, casalinghe, imbianchini, hostess, tutti avevano paura, non del dolore ma del risucchio, quello che l’anestesia non riesce ad attutire, la sensazione del vortice del prelievo.

Come quasi tutti i pazienti, mentre l’ematologo prepara gli strumenti, anche questo mi chiede quasi scusandosi se può tenermi la mano. Come tanti, fa anche lo spiritoso: “Se poi oltre alla mano mi dà anche qualcos’altro, io non dico di no”. Il panico rende disinvolti, spesso patetici. Ho smesso d’incazzarmi anni fa, vedo la paura nei suoi occhi e gli dò la mia mano, senza rispondergli.

L’ematologo procede, con la sua faccia da funerale che per fortuna il paziente non vede, steso su un fianco in posizione fetale, la mia mano tra le sue. Al momento del risucchio la stringe convulsamente, io con l’altra l’accarezzo. Non lo faccio con tutti. C’è qualcosa di particolarmente disperato nei suoi calzini grigi.

Finito. L’ematologo estrae l’ago, tampona la ferita, il paziente si rilassa ma non lascia la mia mano. E io sento qualcosa di caldo sulle labbra, e un sapore dolciastro in gola. Mi tocco il viso con la sinistra: mi sta sanguinando il naso. Mi spavento, tutti si spaventano. L’ematologo no, mi guarda al di sopra degli occhiali, si toglie la mascherina e sorride: “Emorragia empatica?”

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Boboli, ottobre

19 Ottobre 2009

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Per un Iddio che rida come un bimbo,

tanti gridi di passeri,

tante danze nei rami,

un’anima si fa senza più peso,

i prati hanno una tale tenerezza,

tale pudore negli occhi rivive,

le mani come foglie

s’incantano nell’aria…

chi teme più, chi giudica?

Giuseppe Ungaretti, “Senza più peso”, 1934

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Una lettera

11 Ottobre 2009

Laisse-moi respirer longtemps, longtemps, l’odeur de tes cheveux, y plonger tout mon visage, comme un homme altéré dans l’eau d’une source, et les agiter avec ma main comme un mouchoir odorant, pour secouer des souvenirs dans l’air. Si tu pouvais savoir tout ce que je vois! tout ce que je sens! tout ce que j’entends dans tes cheveux! Mon âme voyage sur le parfum comme l’âme des autres hommes sur la musique. Tes cheveux contiennent tout un rêve, plein de voilures et de mâtures; ils contiennent de grandes mers dont les moussons me portent vers de charmants climats, où l’espace est plus bleu et plus profond, où l’atmosphère est parfumée par les fruits, par les feuilles et par la peau humaine. Dans l’océan de ta chevelure, j’entrevois un port fourmillant de chants mélancoliques, d’hommes vigoureux de toutes nations et de navires de toutes formes découpant leurs architectures fines et compliquées sur un ciel immense où se prélasse l’éternelle chaleur. Dans les caresses de ta chevelure, je retrouve les langueurs des longues heures passées sur un divan, dans la chambre d’un beau navire, bercées par le roulis imperceptible du port, entre les pots de fleurs et les gargoulettes rafraîchissantes. Dans l’ardent foyer de ta chevelure, je respire l’odeur du tabac mêlé à l’opium et au sucre; dans la nuit de ta chevelure, je vois resplendir l’infini de l’azur tropical; sur les rivages duvetés de ta chevelure je m’enivre des odeurs combinées du goudron, du musc et de l’huile de coco. Laisse-moi mordre longtemps tes tresses lourdes et noires. Quand je mordille tes cheveux élastiques et rebelles, il me semble que je mange des souvenirs.

 

Charles Baudelaire a Jeanne Duval

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Adjagas

8 Ottobre 2009

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Il colore rosso

3 Ottobre 2009

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Abbiamo fondati motivi per maneggiare con precauzione il colore rosso. Nel normale e liscio fluire della vita esso entra in scena con parsimonia, ma divampa nei momenti di tensione. Esso preannuncia ciò che è nascosto e ciò che nasconde troppo o protegge troppo: in particolare, il fuoco, il sesso e il sangue.

Ernst Jünger, “Il cuore avventuroso”

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Scoperte

28 Settembre 2009

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A dieci anni: La conoscenza come accesso alla mia libertà interiore.


A vent’anni, cioè diciotto: L’inimmaginato potere del mio corpo su quello di un uomo.


A trent’anni: È possibile ricominciare a vivere nel mondo, ed esistono gli Altri.


A quarant’anni: L’anima come potenzialità di crescita infinita.