“Quando ebbero trovato tutti i loro regali natalizi, Tommy ed Annika corsero ad abbracciare forte Pippi per ringraziarla; la sorpresero mentre, affacciata alla finestra della cucina, stava contemplando la coltre di neve che copriva il giardino.
- Domani costruiremo una grande capanna di neve – disse – e vi accenderemo dentro una candela, di sera.
- Oh, sì, costruiamola! – esclamò Annika, sentendosi nel dir così sempre più contenta di essere tornata a casa.
- Sto pensando che potremmo anche spianare una pista da sci che parta dal tetto e si congiunga alle colline sottostanti – continuò Pippi – Voglio che il cavallo impari a sciare, ma non ho ancora scoperto se ha bisogno di quattro sci, oppure se gliene bastano solo due.
- Ci divertiremo un mondo, domani – disse Tommy. – Che fortuna d’essere ritornati nel bel mezzo delle vacanze di Natale!
- Ci divertiremo sempre un mondo: – aggiunse Annika – qui a Villa Villacolle, nell’isola Cip-Cip e dovunque. “
Astrid Lindgren, da “Pippi Calzelunghe”

Dovunque
23 Dicembre 2009
Altezza reale
20 Dicembre 2009Nelle foto delle elementari sono sempre la più alta, in ultima fila, coi capelli corti e il sorriso tra l’ebete e il saputello.
Alle medie la situazione è ulteriormente precipitata: torreggio tra i maschietti che mi arrivano alle spalle. A tredici anni ero praticamente come adesso, solo, cercavo di nascondere il mio corpo che mi era estraneo e che rifiutavo. L’altezza era la mia maledizione, perchè, al contrario del seno, non si poteva nascondere.
Negli anni del liceo, però, due o tre ragazze mi “raggiunsero”, e i ragazzi improvvisamente mi sorpassarono, nel tempo tra un compito di matematica e l’altro. Di colpo, la mia altezza non fu più motivo di imbarazzo, e a poco a poco neanche il mio corpo lo fu più. Ero alta, ma non troppo alta.
Dopo qualche anno mi trasferii all’estero. Quella che in Italia, nella mia generazione, era un’altezza superiore alla media, divenne assolutamente comune. Ero come tutte le altre. Ero, anzi, più bassa di molte altre. Spostandomi poi sempre più a nord in Europa, e via via superata anche dalle generazioni successive, finii col considerarmi bassa.
Poi ogni volta torno in Italia, incontro le amiche e le scopro più piccole di quanto le ricordassi, come le piazze, le stanze, i giardini. Mi metto i tacchi, supero ampiamente l’1.80 e mi ritrovo di nuovo a torreggiare.
E quando incontro persone che mi avevano solo immaginata, il primo commento è spesso lo stesso: “Ma sei alta, ti pensavo più bassa!”

Unum deum
12 Dicembre 2009Appunti del corso di teologia sistematica comparata, a cura del docente Maria Margherita G., classe quarta elementare.
Ebraismo: Gli ebrei credono in Dio, solo che credono molto di più a Mosè. Non vanno in chiesa. Vanno in un altro posto, che non mi ricordo come si chiama, e anche noi ci dovevamo andare, e era anche aperto, ma la guida si era ammalata, e la maestra ha detto che saremmo tornati un altro giorno, ma poi invece non ci siamo più tornati. Sulla porta ho visto la stella di David.
Islam: Allah significa Dio. Ma Allah è solo uno dei nomi di Dio. Sai mamma quanti nomi ha Dio? 102. I musulmani credono a Gesù, ma dicono che non è Dio, ma che è molto importante lo stesso. I musulmani non mangiano le salsicce. Per questo, quando a scuola ci danno le salsicce, ad Abdihakim danno delle salsicce speciali. Però, mentre a noi di quelle normali ce ne danno 2, a lui invece, siccome ne devono aprire un pacco, gliene danno tutto il pacco. Questo non è giusto.
Induismo: La mia amica Zaina è indù. Lei vorrebbe celebrare il Natale ma non la lasciano. Mi fa molta pena. Gli indù credono in Shiva. Hanno un Dio in cielo e uno in terra, ma in realtà sono 4 persone. Shiva è buono, ma purtroppo non è nato a Natale.
Buddismo: I buddisti, come dice il nome, credono in Buddha. Dicono anche che dopo la morte si diventa un’altra cosa, ma non si sa mai cosa. Per questo, sono vegetariani: perchè non sarebbe una cosa bella mangiarsi magari un parente, senza saperlo.

ri-conoscere
6 Dicembre 2009Questa sono io. Il mio cervello, cioè. Me lo assicura Michael, il ricercatoredel centro per la biologia della memoria che mi ha infilata qui, nel tunnel della risonanza magnetica. Sorridendo, mi ha ingabbiata la testa in una maschera alla Darth Vader immobilizzandola completamente, mi ha tappato le orecchie con un velcro e mi ha messo nella destra un aggeggio con due pulsanti, uno per il sì e uno per il no, nella sinistra il pulsante da premere se mi venisse il panico, e poi partenza per il viaggio interstellare.
È uno studio sulla struttura e connettività cerebrale. Mike vuole frugare nel mio cervello per capire come funziona, in particolare come riconosce modelli: parole, immagini. Come le diverse parti del cervello comunicano tra di loro, quali parti vengono stimolate da quali immagini, quali mappe crea il cervello per riconoscere informazioni e organizzarle. Michael lavora qui, e io sono stata abbastanza curiosa da scrivergli una mail e offrirmi volontaria. È talmente entusiasta che credo mi coprirebbe d’oro, ma l’unica cosa che ci guadagno è un CD con le immagini della mia testa, e la certezza che per il momento non ho nè un tumore al cervello nè un ictus in corso (non si sa mai).
Stesa nel mio loculo bianco, posso muovere solo due dita della mano destra per rispondere alla sua voce. Sì/no. Ha un accento neozelandese che ho riconosciuto immediatamente, cosa che lo ha entusiasmato, e ora secondo me lo sta ulteriormente accentuando. Sullo schermo sopra la mia testa appaiono serie di parole, poi nuove serie di parole molto simili, nelle quali riconoscere alcune delle precedenti. La stessa cosa avviene con immagini: animali, paesaggi, persone. Il Ponte Vecchio, la Nuova Zelanda, il Sahara. Rumori strani, ronzii e colpi attutiti dai tappi alle orecchie. Ogni angolo del mio ippocampo e dell’ipofisi e del cervelletto e di tutti i lobi viene frugato. Un’ora di viaggio. Un leggero mal di testa.
Poi Michael viene a liberarmi. “Accidenti che velocità di reazione”, mi dice con un sorriso a tutti denti. “È l’effetto quiz”, replico io.”Mettetemi un pulsante in mano e io premo.” E corro a rimettermi il reggiseno, che avevo dovuto togliere per via dei ferretti di metallo che avebbero disturbato l’apparecchio. Subito dopo di me, un’altra volontaria esce dallo spogliatoio, e passandomi accanto mi dice a denti stretti, guardandomi a metà busto: “A quanto pare ce lo dobbiamo togliere tutte…”
Hanno già pubblicato su “Nature”. Magari gli daranno il Nobel. Cosa vuoi che sia per me un’ora in un tubo. Tra qualche giorno Michael inizierà a colorare il mio cervello, e quello degli altri volontari, e ad individuare le zone interessate. Mi ha detto che poi mi farà vedere il risultato.
Vi tengo informati.

Vicinanza
1 Dicembre 2009
(foto: Pietrothebest)
Dove si poteva giungere, una volta, solo dopo settimane e mesi di viaggio, l’uomo arriva ora in una notte di volo. Notizie che una volta si ricevevano solo dopo anni, o che semplicemente restavano ignote, giungono oggi all’uomo in un attimo, di ora in ora attraverso la radio (…)
Ma questa fretta di sopprimere ogni distanza non realizza una vicinanza; la vicinanza non consiste infatti nella ridotta misura della distanza. Ciò che, in termini di misure, è il meno distante da noi grazie all’immagine del film o alla voce della radio, può rimanerci lontano. Ciò che in termini di distanza è per noi immensamente remoto, può esserci vicino.
Una piccola distanza non è ancora vicinanza.
Martin Heidegger, “Das Ding”
1954

Il saggio (e la madre stolta)
27 Novembre 2009
Maria che suona la Bourrèe di Händel al saggio di musica, ieri sera.
In prima fila, crampi allo stomaco, assisto all’evento aggrappata alla macchina fotografica.
Non potete capire: persino le stecche mi parevano stupende.
Non potevate scamparvela.

Verum corpus
25 Novembre 2009Inginocchiato adori con le dita
lo specchio immacolato del mio ventre
bevi lento il mio corpo a lunghi sorsi
dalle coppe dei palmi
lambisci
avido come il mare
la spiaggia al primo gelo
ti riconosco
dalla punta del cuore
celebrante
il mio mistero
cambia sapore la mia pelle amara
sostanza
tra barbagli di vetro
all’ombra o al sole
verdeiridata fonte la innamori
miracolosamente
del tuo autunno vorace

Il meccano ti dà una mano
22 Novembre 2009Treno regionale, domenica pomeriggio di ottobre. La Marchesa e la Marchesina in breve viaggetto da Arezzo a Firenze, che il dì di poscia lasceranno per i nordici lidi che le attendono.
Ad Arezzo, raggiunta in macchina da Tramontana, c’era una specie di fiera di qualcosa di mangereccio non bene appurato. Questo aveva reso difficoltoso al gentile accompagnatore l’accesso alla stazione, e scarso il tempo a disposizione delle madame prima di saltare sul treno, anche considerando un incazzamento ben poco nobile di Mamma Marchesa dovuto al mancato funzionamento di almeno due biglietterie automatiche. Insomma, la solita sudata, e si ritrovano sedute sui divanetti stinti di Trenitalia, sferragliando incontro al tramonto.
All’altezza di Montevarchi circa, la Marchesina esprime una necessità fisiologica paventata dalla madre durante ogni viaggio in treno, altresì abbastanza prevedibile vista la mancanza di tempo alla stazione. La Marchesina viene convinta del fatto che non occorre portarsi dietro tutto l’armamentario di orsetti zainetti giochetti nintendetti nel luogo dove dobbiamo recarci, e segue la Marchesa alla ricerca della toilette del treno. Guidate dall’odore inequivocabile, la raggiungono dopo fragorosissimi passaggi tra i vagoni, che terrorizzano oltremodo la piccola. La quale ha il vezzo di non andare mai in bagni sconosciuti senza l’assistenza morale della mamma.
Ci incuneiamo nell’orrido stanzino, e la piccola fa il suo bisognino mentre entrambe cercano di venire in contatto col minor numero di superfici possibile. Entrambe non vedono l’ora di uscire. Appunto. Ma al momento di uscire, la serratura si rivela bloccata. Invano cerco di aprire. Niente, siamo chiuse dentro. Impreco, picchio sulla maledetta manopola. Macchè. La Marchesina attacca un pianto disperato: “maaaaammmaaaaa!!!!” La zittisco poco nobilmente e continuo i miei tentativi. Si affacciano alla mente immagini agghiaccianti. A giudicare dalle condizioni del bagno, passerà almeno un secolo prima che si effettui una pulizia, e solo allora verremo ritrovate, due scheletri incartapecoriti, e tutti diranno che brutta morte però.
Raddoppio gli sforzi, mentre la piccola singhiozza disperata. Poi inizio a tirare pugni alla porta, sicura che nel frastuono terribile di quel treno nessuno mai mi sentirà. Ma ecco una voce, qualcuno sta cercando di aiutarci. Vocione maschile che urla: “… inistraa…” (o era “… estraaa…”). Non sento niente. Cerco di chiudere il maledetto finestrino che centuplica il frastuono, ma ovviamente è impossibile. La voce insiste: “…eeestra, poi sinistraaaa”. Capisco che mi sta dicendo di girare la manopola in entrambe le direzioni. Mi accingo all’opera, irritata dal panico che mi ha sopraffatta, zittendo i singhiozzi di Maria e con le mani che mi fanno male per lo sforzo.
Dopo quella che mi pare un’ eternità, in realtà un paio di minuti, la manopola cede improvvisamente, e ci tuffiamo entrambe sulla porta, ritrovandoci tra le braccia di un omone, una specie di armadio con la barba bionda e l’aspetto di uno che vive per strada. Incongruamente lo ringrazio, il mio profumo di Prada si mescola per qualche secondo all’odore di sigaretta spenta della sua camicia a quadretti, l’odore di caramelle della Marchesina a quello di polvere del suo giaccone. Imbarazzatissimo si schermisce ai nostri ringraziamenti, e si allontana scuotendo la testa, dicendo: “Ci vuole sempre un metalmeccanico!”






