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Il magazzino del rimosso

1 febbraio 2012

 

Quando nella notte gli oggetti mi perseguitano e mi bloccano l’aria nella gola, spalanco la finestra e butto fuori la testa. La luna in cielo è come un bicchiere di latte freddo, mi risciacqua gli occhi. Il respiro ritrova il suo ritmo. Inghiotto l’aria fredda fin quando non sono più nel Lager. Poi chiudo la finestra e mi distendo ancora. Le coperte non sanno nulla, e riscaldano. L’aria nella stanza mi guarda e sa di farina calda.

 

Herta Müller, “L’altalena del respiro”

 

 

“L’altalena del respiro” è la storia vera del poeta rumeno di lingua tedesca Oskar Pastor, deportato nel 1945, a 17 anni, in un lager dell’Ucraina in quanto appartenente a una minoranza tedesca. Oskar Pastor ha scritto questo libro insieme a Herta Müller, che dopo la sua morte nel 2006 l’ha completato e pubblicato.

Il lager, in tedesco “magazzino”, diviene il luogo delle cose messe via, del rimosso collettivo. Doppiamente tragico, in quanto di questi deportati non si è mai potuto parlare, almeno non per oltre quarant’anni, né nella Romania di Ceausescu né altrove. Dimenticati subito, dimenticati e rimossi poi, vivi e morti.

In un linguaggio onirico, singolarmente ossessivo, Müller/Pastor descrive le visioni della fame, lo sfacelo del corpo, la paradossale indomabile volontà di vita racchiusa nelle parole della nonna “tu ritornerai”. Descrive la felicità della bocca e quella della mente. Gli oggetti prendono vita e si fanno ora minacciosi persecutori ora unico legame che mantiene in vita, così come i paesaggi industriali con le loro sostanze chimiche sono luoghi di morte ma anche di sinistra bellezza.

Oskar Pastor si salva dalla morte e torna a casa. Ma è un estraneo, lo Schivante, che ha preso il suo posto. Non c’è più, per lui, un luogo, ma un’eterna lontananza da sé.

Un libro bello e terribile.

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Spiegazzato

28 gennaio 2012

Sull’autobus numero 46, alla fermata vicino al centro commerciale, è appena salito Kevin Bacon. Non è proprio lui. È un suo sosia, ma ancora meglio: un Kevin Bacon giovane, ma sexy come il Kevin Bacon attempato di adesso, si perché Kevin Bacon, da vent’anni a questa parte, è andato sempre migliorando. Insomma, questo sosia è una combinazione perfetta di ragazzo, maledetto e sguardo d’acciaio. Va detto che Kevin Bacon non è posizionato proprio alla sommità del mio olimpo personale: lì troneggia Ralph Fiennes (nei panni del Conte Almazy), e al secondo posto c’è Sean Penn, ma il terzo posto a Bacon non glielo contesta nessuno. E adesso è lì, sul 46 che dal centro va verso casa mia.

Kevin Bis però non è solo. Ha con sé un passeggino. E dentro il passeggino c’è una bambina dell’età apparente di due tre anni. Data la giovane età di Kevin Bis, mi lancio in supposizioni: baby sitter? ma gli somiglia. Una sorellina? Lo chiama papà. Non ci sono dubbi: un giovane padre. Osservandolo, noto che ha un apparecchio acustico all’orecchio. Combinato all’aspetto da duro spiegazzato e lievemente tatuato, l’effetto è quello di attirare gli sguardi femminili più teneri. Un orecchino e l’apparecchio: il massimo, ecco.

La bambina, come tutte le bambine della sua età, chiacchiera continuamente. “Guarda, papà!” oppure “Cos’è questo, papà?” dice puntando il dito sul pulsante della fermata. E lui allora le risponde a gesti, usando la lingua dei sordomuti, e lei sembra capirlo perché gli risponde nella stessa lingua, ma in più continua imperterrita a parlare, e si capiscono benissimo. Lui le dice qualcosa coi suoi gesti strani e lei capisce e ride, ridono insieme, e penso che dev’essere bello avere un padre così giovane, e per lui avere una figlia mentre è ancora così giovane, bello e spiegazzato.

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Cento parole

26 gennaio 2012

Stanotte non riesco a dormire.

Sono distesa nel mio letto, convinta di essere sveglia, quando mi accorgo che un serpente nero mi sta passando nello spazio sotto l’incavo lombare. È un serpente nero senza testa, completamente liscio, una corda nera vivente e mobile. Cerco di muovermi ma mi rendo conto di essere paralizzata. Il serpente mi passa sui polsi come ad incatenarmi al letto. Sento un orrore estremo, e cerco di gridare, ma la voce mi muore in gola, e devo fare sforzi immani per farla uscire. Grido, credo, chiamando mio padre. 

Mi sveglio, ansimante,  in un lago di sudore.

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Lo dirò di nuovo

22 gennaio 2012

Ho detto alla mia anima: taci, e attendi senza speranza

perché la speranza sarebbe speranza mal collocata: attendi senza amore

perché l’amore sarebbe amore mal collocato; rimane la fede

ma la fede e l’amore e la speranza stanno tutti nell’attesa.

Attendi senza pensiero, perché non sei pronta al pensiero:

così il buio sarà la luce, e la quiete la danza.

Mormorio di correnti ruscelli, e lampi d’inverno.

Il timo selvatico non visto, e la fragola dei boschi,

le risa nel giardino, eco di un’estasi

non perduta, ma che richiede, che tende all’agonia

della nascita e della morte.

Voi dite ch’io ripeto

qualcosa che ho già detto prima. Lo dirò di nuovo.

Devo dirlo di nuovo? Per arrivare là,

per arrivare dove voi siete, per andar via da dove non siete,

dovete fare una strada nella quale non c’è estasi.

Per arrivare a ciò che non sapete

dovete fare una strada che è quella dell’ignoranza.

Per possedere ciò che non possedete

dovete fare la strada della privazione.

Per arrivare a quello che non siete

dovete andare per la strada nella quale non siete.

E quello che non sapete è la sola cosa che sapete

e ciò che avete è ciò che non avete

e dove siete è là dove non siete.

 

 

T.S. Eliot, Quattro quartetti

(da East Coker)

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Canto di donna

19 gennaio 2012
foto: Mario de Biasi
 
 
Canto di donna che si sa non vista
dietro le chiuse imposte, voce roca,
di languenti abbandoni e d’improvvisi
brividi scorsa, di vuote parole
fatta, ch’io non discerno.
O voce assorta, procellosa e dolce,
fatta di sogni,
quale rapiva i marinai in mezzo
al mare, un tempo, canto di sirena.
Voce del desiderio, che non sa
se vuole o teme, ed altra non ridice
cosa che sè, che il suo buio, tremante
amore. Come te l’accesa carne
parla talora, e ascolta
sè stupefatta esistere.
 
Sergio Solmi, 1926
 
 

Recentemente ricordata, dopo trent’anni, da chi me la lesse per primo.

 

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In chiesa

15 gennaio 2012

Quando è l’ultima volta che siete entrati in una chiesa?

E perché ci siete entrati?

E – se posso insistere – nel corso della vostra vita siete entrati in chiesa per motivi diversi? Siete cambiati?

Certo che mi faccio proprio gli affari vostri.

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Libero arbitrio

11 gennaio 2012

Gli esperti che studiano l’antica Grecia dicono che all’epoca la gente non si considerava padrona dei propri pensieri. Quando gli antichi greci formulavano un pensiero, era perchè una divinità aveva deciso di dargli un ordine. Apollo gli diceva di essere coraggiosi. Atena di innamorarsi.

Oggi la gente vede la pubblicità delle patatine al formaggio e si fionda fuori a comprarle, però lo chiama libero arbitrio.

Almeno gli antichi greci erano più onesti.

Chuck Palahniuk, “Ninna nanna”

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Il ronfo

8 gennaio 2012

Del profil greco romano

svelerem presto l’arcano:

Nasce pian dalla narice

qual sospiro un po’ infelice

cresce quindi nella bocca

e sull’ugola si arrocca

sfonda il timpano e la gola

tra il cuscino e le lenzuola.

Nella notte fonda e nera

sia d’inverno o primavera

con fragore spaventoso

cresce il Ronfo portentoso.

Treman cime, fiere e selve

al ruggir di cento belve.

Pur l’Aurora dolce e schiva

si allontana fuggitiva.

Ma ad un gomito allenato

basta un tocco calibrato

il profilo cambia meta

ed il Ronfo, alfin, s’aquieta.

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L’albergo

27 dicembre 2011

È l’ultimo giorno.

L’ho passato a percorrere le scacchiere di pietra liscia di questa città cristallina, dall’alba fino agli arabeschi che animano la sera d’ombre inquiete. Ho visto le ruote di bicicletta sfiorarla cariche di bambini a grappoli odorosi di latte al mattino, ho consumato d’attesa i bassi ponti acquattata nel pomeriggio tra barche senza fondo, finchè mi ha morsa il gelo e ho deciso di tornare qui. Nessuno sembrava notare la stella. Eppure c’erano occhi nell’ombra che seguivano i miei passi, certi della preda. La salvezza è ancora possibile, puoi ancora trovare un passaporto, puoi ancora salvarmi. Me lo ripeto nei viali del parco tra le siepi di bosso e le mie ciglia bagnate dai verdi meandri dell’acqua di mare. Vene gelide e sapienti mi hanno condotta fino a sera, fino a qui, a questo albergo decrepito dei fasti di marmi passati. Verrai.

La mia stanza è calda, soffocata da tende pesanti che scosto impaziente. Non sei ancora arrivato, ma l’ombra che mi ha seguita fin qui c’è ancora, è il puntino rosso di una sigaretta sotto l’androne del palazzo di fronte. Apro la finestra e lascio entrare il buio. Lascio che entri a annusare ogni angolo come un cane randagio in cerca di te, poi lo caccio. Il calore si è dissolto. Mi tolgo la giacca con la stella, mi spoglio rapidamente e mi infilo sotto le lenzuola. Aspettarti è un’arte che conosco. So ricamare il tempo steso come un merletto sul telaio del soffitto e so tenderlo tra le cornici di stucco. Lo sento rapprendersi a cercare spessore, trovare albergo nel mio corpo. E io lo ospito, aspettando la tua immagine rarefatta farsi vera, carne.

Eppure non verrai. Ma loro verranno. Sanno dove sono, dove siamo, noi pochi ancora rimasti, e forse sono rimasta solo io. Il mio corpo ora è caldo. L’ora è passata da un pezzo e non devono trovarmi. Mi siedo sul letto, cerco la fiala in borsetta, l’agito leggermente facendo scendere il liquido nella parte inferiore. Ne spezzo il fragile collo di vetro. Risento le tue dita sfiorare il mio senza spezzarlo, le punte leggere leggermente ingiallite di fumo, il tuo sguardo perso nelle castagne lucide del mio, ciglia come ricci da aprire di baci.

La siringa è vetro e metallo pesante. Non l’ho fatta bollire, non c’è bisogno. Tiro su la manica, e il mio braccio è più chiaro e sottile di un tempo, della nostra unica estate rossa di ciliegie tiepide che mangiavi dall’incavo dei miei seni.

Fuori, la città aspetta il tuo passo che non arriva. Le lancette ricordano le tue parole di ieri, in quel bar fumoso e inospitale. Tu cercavi parole da materia sottile,  io mi appropriavo avidamente del tuo viso stanco, e ti offrivo il mio altrettanto cadente, squarciato da un sorriso. Volevo rubarti e non potevo, volevi salvarmi e non potrai, riempire la mia vita vuota della tua eccedenza, e non potrai. Essere dove so che non sei, dentro ciò che non sapevo di poter avere, dentro ciò che senza te non posso avere, in ciò che in me è fuoco nel gelo.

L’albergo tace coi suoi tappeti folti. Non verrai più.

L’ago buca la pelle tesa su un pulsante segmento d’azzurro e l’onda di fuoco straripa, dal braccio fino al cuore. Riesco ancora a stendermi. Respirare è sempre meno importante, lo faccio ormai raramente. Percorro senza sforzo un sentiero in leggera salita. Rapidi passi alle mie spalle mi fanno arrestare per un attimo. Mi volto a guardare in basso, alle mie spalle. La porta che si spalanca e tu che entri, trafelato, il gelo della notte sulla divisa, gli occhi sbarrati, e la tua bocca disegna il mio nome che non sento più. La tua ombra si inginocchia accanto a me. Poi ogni stella si spegne.

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Gesù, non Cesare

23 dicembre 2011

Il nostro primo presidente, T.G. Masaryk, scrisse: “Gesú, non Cesare.” Oggi quest’idea è tornata a vivere in noi. Se vogliamo, l’amore, il bisogno di capire, la forza dello spirito e del pensiero potranno risplendere a lungo dal nostro paese. Questo splendore potrà diventare il nostro speciale contributo alla politica del mondo. 

Masaryk fondò la politica sulla morale. In questa nuova epoca, rinnoviamo a modo nostro questo concetto della politica. Impariamo, e insegniamo ad altri, che la politica deve esprimere un contributo alla felicità della società. Impariamo, ed insegniamo ad altri, che la politica non dev’essere solo l’arte del possibile e delle manovre pragmatiche, ma che può anche essere l’arte dell’impossibile, cioè l’arte di migliorare se stessi e il mondo. 

Vaclac Havel, 1936-2011

dal discorso del 29 Dicembre 1989 alla nazione cecoslovacca

Un piccolo regalo per i lettori di Pioggia Blu. Per ricordarci che cose come queste sono state dette, rivoluzioni come queste sono state fatte, politici come questi sono vissuti.

Buon Natale a tutti.

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