Truls Mørk suona la suite BWV 1009 per violoncello di J.S.Bach (settembre 2008)
Ognuno ha i propri modelli, alcuni sono idoli, altri dei.
Nel mio olimpo personale, uno dei posti è sempre stato il suo.
Per uno strano scherzo del destino, per due anni consecutivi ha dato un concerto in questa città nel giorno esatto del mio compleanno. L’anno scorso andai a salutarlo, dopo il concerto. Era solo, lucidava il violoncello con gesto stanco. Non si aspettava visite, in questa città troppi pensano che congratularsi con gli artisti dopo i concerti sia roba da invadenti. Mi ricordo che è perfino arrossito, lui che è più bravo di YoYo Ma. Mi stupì questa sua timidezza, ben peggiore della mia, che prima di andarci avevo dovuto buttare giù due bicchieri di prosecco al bar del teatro.
Anche quest’anno, il 27 agosto doveva suonare qui. Io già pregustavo, aspettando che mettessero in vendita i biglietti. Concerto annullato. La mia collega che sa sempre tutto mi informa che l’ha morso una zecca. E non è uno scherzo. Poi, cala il silenzio su Truls Mørk, per diversi mesi. Ieri apro il giornale e lo vedo. Volto sofferente, regge il violoncello con la destra, mentre il braccio sinistro penzola inerte.
Titolo: “È probabile che non tornerò più a suonare”. Racconta: “Un giorno d’estate del 2006 ero solista per The Philadelphia Orchestra e dovevo dare un concerto a Saratoga, New York. Da bravo norvegese, avevo bisogno di camminare un po’ e decisi di andare a piedi dall’albergo al centro, passando per i campi. Tutto andò benissimo, ma la sera mi accorsi che ero pieno di punture rosse sulle gambe. Mi dissero che erano punture di zecca. Ad aprile di quest’anno, durante una tournee in Giappone, mi ammalo. Febbre alta, dolori dappertutto. L’infezione era rimasta latente per anni. Ehrchiliosi, borreliosi, tularemia, piroplasmosi, non si sa bene cos’ho. Di fatto, ho avuto un’encefalite e ho una paralisi ai muscoli del braccio sinistro. Sono mesi che quasi non riesco ad alzarmi dal letto, mesi che non suono, che non riesco ad ascoltare più nulla. Non si sa se, e quando, guarirò.”
Macchie scure sul foglio di giornale. Lacrime.



Torno a casa dal lavoro dopo una giornata micidiale, mi accoglie una montagna di zaini e giacche gettati alla rinfusa nell’ingresso. Maria ed un’amica hanno fatto i muffin, odore di bruciacchiato in tutta la casa, poi sono uscite. La cucina è un pollaio, ditate di cioccolata sui pensili, ciotole da lavare, farina sul pavimento, macchie di burro fuso sui vetri. Sento la collera montare piano. La mia anima ordinata si contorce in spasimi di dolore mentre mi accingo a pulire tutta la cucina. Ci metto un’ora, e ho un calo di zuccheri che mi infuria ulteriormente. Da varie tracce mi accorgo che le bambine non solo non hanno fatto i compiti, ma che hanno giocato coi miei rossetti, rovistato tra i miei libri, e che perdipiù sono uscite senza sciarpa. Il mio umore peggiora.







