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Indizi

20 maggio 2013

La supposizione di un paradiso è contraddetta dall’attribuirgli delle qualità. Questo vale soprattutto per le tre religioni delle Scritture, ma anche per le credenze dei popoli guerrieri e cacciatori – il buddismo è a un altro livello, sebbene in esso disturbi il pensiero del ritorno. 

Il paradiso viene proiettato partendo da una condizione imperfetta. Per questo noi, più che un’ascesa, supponiamo piuttosto l’addio ad un mondo condizionato da qualsiasi misura e legge. Addio ad alto e basso, buono e cattivo, bello e brutto, anche dal dolore e dal desiderio. 

Indizi:

la lux aeterna, lo splendore senza ombre che non consuma energia nè materia. Et lux aeterna luceat ei. 

Inoltre: la musica delle sfere. Non esistono più note, ma un filo sottilissimo che non si spezza, ma porta al silenzio. E così l’opera d’arte, che come ultimo approssimarsi alla perfezione mai raggiungibile oltre sé e oltre ogni parola conduce alla muta ammirazione. 

Infine, l’orgasmo: il desiderio si annienta come un’onda che si infrange sull’eterno; si annienta la coscienza e l’individualità.

Ernst Jünger, dal diario: 5 Maggio 1984

(traduzione mia)

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L’ultimo porto

16 maggio 2013

Una camicia sporca di flanella scozzese, un berretto unto, la barba lunga. Mi porge una mano dalle unghie orlate di nero. Ci avevo parlato solo per telefono, ed era stato difficile allora concludere la conversazione: cercava il contatto, la compagnia di una voce. Ora, di persona, vorrebbe invece evitare il mio sguardo: si vergogna.

 Vive in campagna, da solo, lontano da tutto. Si è rintanato in un angolo di mondo difficilmente raggiungibile. Ma non è solo per questo che ha faticato a venire all’ospedale: “Non potevo andarmene da casa prima di aver affidato il piccolo a qualcuno”. “Il piccolo?” “La mamma la tengo fuori, ma il piccolo, l’unico che ho risparmiato, sta con me sul divano. Non sa ancora dar la caccia ai topi.” Realizzo che sta parlando di un gattino. “E ora a chi l’hai affidato?” Si illumina: “C’è un negro che abita a qualche chilometro. Si chiama Mohammed. Mi ha promesso che verrà a dargli da mangiare. È bravissimo, Mohammed.”

 Ne ha visti lui, di “negri”. Per quarant’anni ha fatto il marinaio, e non c’è porto sulla terra che non conosca. “Ma il paese più bello del mondo, il paradiso, io lo so dov’è: la Tasmania.” Lo sguardo si perde sotto le grosse sopracciglia grigie. “Ci ho vissuto qualche anno.”Cerco di superare il disgusto che mi dà il suo odore di uomo che non si lava da mesi, le macchie sui pantaloni, le briciole di tabacco da presa nella barba ingiallita. Vedo che intuisce. “Mi dispiace, ma non sono riuscito a lavarmi. Mi mette un po’ in ansia l’ospedale”. Gli dico che capisco. Vedo che suda. Ha lo sguardo di un grosso bambino impaurito.

 Era l’erede di una grossa fattoria, ma il padre la lasciò al fratello minore. Perchè? C’era già qualcosa che non andava, e fu questo o la voglia di avventura a spingerlo a lasciare tutto ed imbarcarsi? E cosa lo ha ridotto così? Gli  anni di vita dura, girovaga, oppure l’ansia lo ha assalito improvvisa, un giorno di sole sul ponte, e lo ha costretto a nascondersi?

 Immagino la sua casa, la strada sterrata impraticabile d’inverno, lo scaldabagno sicuramente rotto, la sua pensione di invalidità, le giornate passate col “piccolo” e la madre sul divano a masticare tabacco e bere caffè in polvere. Lontana nel tempo, la donna che lo aspettava, con un figlio, un bambino vero, e che smise molto presto di aspettarlo, e il figlio chissà dov’è.

 Penso che è il tipo che muore da solo, d’inverno, al tavolo di cucina, la tazza rovesciata e il caffè ormai freddo, la radio ancora accesa. Dopo un paio di settimane, Mohammed il “negro” sarà l’unico che andrà a vedere come mai non si è più visto in paese, e lo troverà così.

 Non è molto che vive in quel comune, i servizi sociali non lo conoscono. Mi metterò in contatto con loro. Possono trovargli posto in una comunità, aiutarlo a prendersi cura di sè, a ritrovare qualcosa della sua dignità. La prima cosa da fare, il primo passo, è molto semplice, concreto: qualcuno che gli mostri dove fare la doccia e gli porti degli abiti puliti. Sorride. “Ce n’è bisogno, eh? Con tutto quello che avranno da fare.” È docile. Prima di uscire, mi parla del porto di Livorno. Ci facevano un’ottima zuppa di pesce.

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Vagamente endorfinica

12 maggio 2013

 

 

 

Sono una persona molto poco atletica – la mia pigrizia é proverbiale, anzi leggendaria.

Ho sempre preferito attività sedentarie, in primis leggere, all’attività fisica. Forse anche perchè sono stata allevata più o meno dai nonni, come un vaso di porcellana Ming: non sudare, non cadere, non infrangerti, non farti male. Sono il tipo che a scuola cercava di sgamare le ore di ginnastica accusando malori, che poi ha sempre adorato gli ascensori, le scale mobili, tutto ciò che permette insomma di arrivare dove si deve arrivare col minor sforzo possibile. Non ho mai fatto sport, ad eccezione dell’equitazione: uno sport dove si sta seduti, e dove la perizia consiste appunto nel far fare a qualcun altro (il cavallo) quello che deve fare. Anche in questo frangente, del resto, riuscivo solo a trasmettere la mia pigrizia al quadrupede, che è comunque, di norma, pigro di suo. Scarso sforzo, scarso successo. Ma mi stavano bene gli stivali.

A quarant’anni, poi, ho scoperto la palestra.

Inizialmente ci andavo con una collega: sembravamo due dinosauri asmatici. Coordinazione, zero. Fiato, men che meno. Polso a duemila dopo due minuti di spinning. Difficoltà enormi nel sollevare un peso da cinque chili. La collega si è arresa. In me invece è scattato qualcosa: dopo la sofferenza delle prime volte, è subentrato con straordinaria rapidità il “trip” da endorfine: e se ne può diventare dipendenti, anche se non l’avrei mai creduto. Ho dovuto superare lo scoglio del ”fiatone” – qualcosa, nel mio immaginario di iperprotetta,  di potenzialmente pericolosissimo. Tuttora devo combattere con una voce interna che, verso il quarto minuto al massimo delle pulsazioni, mi intima di fermarmi perchè sto per morire. Solo che, adesso, io so che non sto affatto per morire, che non solo sopravviverò per almeno altri 40 minuti, ma che lo rifarò, almeno tre volte la settimana, e che mi farà molto bene.

Se io smetto di andare in palestra regolarmente, anche per poco, immediatamente compaiono il mal di schiena, il mal di nuca, le tensioni muscolari, il mal di testa. Non solo: ma se io un giorno non mi sento in forma, se ho voglia di stendermi sul divano e invece mi costringo ad andare in palestra, ne esco dopo un’ora completamente “guarita” e di umore incomparabilmente migliorato. Il problema è solo superare quella soglia: uscire di casa, andarci – il resto viene da sé.

Ora, non è che io sia diventata atletica. Tutt’altro. Non ne ho il fisico, la natura, la costituzione. Ho bisogno di un istruttore cattivo che mi urli di non smettere, di fare ancora una serie, ho bisogno del gruppo, della musica, del non poter mollare davanti a tutti. Da sola non posso allenarmi: sarei troppo indulgente. Tre ore di palestra la settimana non bastano comunque a diventare atletici. Avrò sempre le mie ciccette, sarò sempre un tipo da divano, da caffè, da tavolata. Sono ancora pigra, e golosa. Però, l’attività fisica mi ha fatto e mi fa dei regali: a quasi cinquant’anni, son soddisfazioni:

Riuscire a scattare di corsa, in salita, per non perdere l’autobus, lasciando indietro ragazze che hanno la metà dei miei anni

Fare sei piani di scale rapidamente senza fiatone

Frenare la perdita di massa muscolare, che dopo i quaranta è continua e inesorabile (per dire: non farsi venire le “ali da pipistrello” )

Sentirsi in una forma infinitamente migliore di dieci anni fa

Non avere mal di schiena, mal di spalle, dolori articolari, torcicollo. Non soffrire di ipertensione.

Poter mangiare sostanzialmente quello che mi pare senza esorbitare (in realtà, questo per me è il motivo principale per cui faccio attività fisica: la gola) – eppure controllare l’appetito

Stare bene nel mio corpo: un corpo che funziona, che fa tutto quello che gli dico di fare, che è affidabile

Poter “buttare fuori” con una bella sudata le tensioni, le ansie, essere corpo, movimento, forza.

Non è poco. E poi, appunto, ci sono le endorfine: la sensazione che si prova dopo un’ora di allenamento duro, quando si è fatto la doccia e finalmente si recuperano gli zuccheri con qualcosa di buono, può vagamente ricordare, credeteci o no, le sensazioni di appagamento che si provano in altri frangenti.  Vagamente. Piacevole. Runner’s high.

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Perchè lì?

8 maggio 2013

L’umanità si divide in due: quelli che leggono in bagno e quelli che no.

Dirò subito che io appartengo alla seconda categoria: per me, il bagno è un luogo di passaggio, nel quale indugio il minimo necessario. Ci vado quando ne avverto la necessità, faccio quello che devo fare, lascio la stanza. 

Per gli appartenenti alla prima categoria, invece, andare in bagno fa parte di un cerimoniale. Passano ore della loro vita lì, seduti, a leggere di tutto: giornali, riviste, romanzi, trattati. C’è persino chi legge cataloghi di giardinaggio, o dell’Ikea. C’è chi, tra le nuove generazioni, ci va con l’ipad. Fenomeno che, a quanto ho capito, non è sfuggito agli architetti.

Io mi considero in generale una persona molto tollerante. Devo dire però che ho molte difficoltà a capire questa cosa: se uno deve leggere, perchè non farlo in una comoda poltrona, in un bel giardino o seduti alla propria scrivania? Perchè in bagno? Qual è il nesso tra la lettura e la funzione corporale? Altro elemento: senza soffermarmi troppo sulle mie tendenze al disturbo ossessivo complusivo sulla pulizia, devo dire che non prenderei in prestito un libro che è stato letto in bagno. E questo è uno dei motivi per cui non prendo in prestito i libri della biblioteca: perchè l’umanità, appunto, si divide in due. E io, probabilmente, sono malata.

Quelli che “vivono” in bagno, però, non stanno molto meglio di me: sono, loro, compulsivamente e ossessivamente legati al proprio bagno di casa, che è per loro come un utero. Ogni altro bagno che sono costretti ad usare deve rispondere a precisi requisiti, tra i quali l’insonorizzazione, la porta blindata, e naturalmente un’illuminazione sufficiente alla lettura di interi tomi.

Per me, invece, quello che più conta è la pulizia. Anche se, devo ammetterlo, alcuni bagni che mi sono trovata a frequentare hanno rappresentato, per altri diversi motivi, un problema a volte notevole:

il bagno di un albergo in Florida, che aveva una “mezza porta”  a mezz’aria tipo saloon, nonchè un’apertura a mò di finestra che dava direttamente in camera, che dividevo con altri

il bagno di un appartamento in una città storica italiana, nel quale la porta non si chiudeva, e la tazza era a due centimetri dalla finestra, che a sua volta era a due centimetri dalla finestra della cucina

il bagno di un tempio buddista in Tailandia, del quale preferisco non parlare

i bagni automatici in generale, quelli dove ti prende l’angoscia immotivata che la porta scorrevole possa aprirsi in qualsiasi momento

il bagno di un albergo in un’altra città d’arte, con una porta specchio nella quale uno, volendo ma soprattutto non volendo,  poteva ammirarsi lì seduto

il bagno di qualsiasi baita norvegese tradizionale, con la seggetta a panca, senza acqua corrente ma col secchio della sabbia e la paletta

Quest’ultimo, mi si dice, luogo smodatamente amato dai norvegesi in ferie, che, al lume di candela perchè naturalmente non c’è elettricità,  vi leggono quotidiani, vi fanno cruciverba, oppure meditano, nel silenzio delle montagne.  Sic transit gloria mundi.

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Contatto

3 maggio 2013

 

 

La preghiera è più intima del sesso.

 

(Etty Hillesum)

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Teres atque rotundus

28 aprile 2013

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Mi ci sono voluti quasi cinquant’anni per imparare a volergli bene.

La nostra convivenza é stata sempre problematica. Da che mi ricordo, mi sono vergognata di lui, e ho invidiato quello di quasi tutte le altre. Quattordicenne, ho cercato di costringerlo in un bikini che ne copriva la metà. Mi sono messa a dieta ripetutamente, recidivamente – i chili se ne andavano e lui restava lì imperterrito, totalmente immutato nella mia percezione. Ho cercato di strizzarlo in jeans troppo piccoli per me, di nasconderlo sotto noiosissime gonne scozzesi, abiti a vita alta, vestitoni indiani. Ma lui era lì, presente, a ridere di me, pronto a mostrarsi sfacciato nei momenti di sconforto: nello specchio del bagno, nell’immagine riflessa di un camerino di prova, soprattutto nell’incessante confronto con quelli altrui.  In certe situazioni, ho fatto acrobazie degne di Bridget Jones per rivestirmi senza mostrarlo. Mi sono avvolta in lenzuola, asciugamani, ho camminato all’indietro, ho fatto cose assurde e ridicole.

E lui era lì, sempre. Indistruttibile, florido e sardonico.

Ero convinta di piacere nonostante lui. Lui era un difetto di cui tacere – ed ero grata a chi ne taceva. Gli apprezzamenti che qualcuno, certo in buona fede, azzardava, mi scivolavano addosso, e li accoglievo con un silenzio imbarazzato e la voglia di sparire. Questo, per quasi mezzo secolo.

Per la rivelazione c’è voluto un pomeriggio d’inverno, in una camera fredda, io in piedi davanti a una finestra che mi affannavo a chiudere mentre qualcuno mi guardava da un letto disfatto. Mi bruciava il terreno sotto i piedi, volevo tornare a coprirmi, volevo nasconderlo. Invece mi sono voltata, sono rimasta ferma e ho incontrato quello sguardo. Non ci sono volute parole – ho capito quello che non avevo capito mai.

Da allora ho imparato a volergli bene. Non sfuggo più la sua immagine. Ne accetto le forme non a norma, gli strabordi, la curva e la voluta. È il mio, io sono questa. Sono anche questa, e lui mi appartiene, perchè io mi appartengo. La sua grazia non gli è data da quello sguardo, ma da ciò che quello sguardo ha aperto in me: qualcosa che non ha nulla a che vedere col mio fondoschiena, ma col mio essere. Ci sono molte vie per giungere a un’anima.

Vecchioni, quanto l’ho detestato, forse aveva ragione.

 

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Non è il mio primo inverno

25 aprile 2013

Karin ha un anno meno di me e non si chiama Karin.

Mi stupisco delle sue risate: le faccio un prelievo e ride, le chiedo se le va un caffè e ride, le dico di accomodarsi e ride. Ma non c’è molto da ridere – perchè ha un tumore al polmone con metastasi pleuriche, il fiato molto corto e pochi mesi di vita. Però lei ride, un riso incongruo, eccessivo. Deve riempire dei questionari. Lo fa coscienziosamente, incrociando le caviglie come una scolaretta sotto il banco. Ha una scrittura da bambina. Discutiamo la sua funzione fisica: riesci a fare una passeggiata veloce? No. Trovi difficoltà a fare una rampa di scale? Molta, discreta, poca, nessuna? Le croci che lei fa sul foglio stanno diventando un piccolo cimitero. Riesci a fare i lavori di casa? La mano con la penna esita, si ferma. Sempre meno, ci riesco sempre meno.

La storia di Karin è quella di una donna piccola ma forte. Quattro figli, un marito che l’ha lasciata dieci anni fa, con la più piccola che ne aveva sei, un lavoro mal pagato di cassiera. Poi, due anni fa, il cancro, l’operazione, la recidiva. L’incapacità dei figli di realizzare che la madre è gravemente malata, che non guarirà. Il ragazzo più grande che trova la situazione “deprimente” e torna a casa solo per dormire, l’altra figlia che teme che Karin non possa più aiutarla col suo bambino. La casa diventa la sua prigione solitaria, le lunghe giornate in cerca di respiro.

Karin ora ha smesso di ridere – Karin ora piange. Mi parla della figlia più piccola, di sedici anni: l’unica che ha capito, l’unica che l’aiuta. Karin si preoccupa che dopo la sua morte la ragazza debba andare a vivere col padre, che non vede da dieci anni. Le dò il numero di un’assistente sociale, le dico di non preoccuparsi – i servizi sociali rispetteranno la volontà della figlia. Mi dice che c’è un’insegnante che si occupa di lei: la segue, la fa parlare, l’accompagna dal medico, ai colloqui con l’assistente sanitaria della scuola. La ragazza si confida, si affida.

Penso a quest’insegnante. Non so se sia giovane o anziana, non so che materia insegni. So che fa qualcosa di gratuito per un altro essere umano, che quello che fa ha un grande significato. Mi chiedo perchè lo fa. Penso al figlio maggiore, al suo tentativo di fuggire dal dolore lasciando sola la madre. Mi chiedo come avrà fatto questa piccola donna ad allevare da sola quattro figli con un solo stipendio. Penso e vedo tante cose, mentre le offro un fazzoletto di carta: la sua borsetta di plastica, i suoi occhiali, il caso e il destino, la volontà di vivere e la coscienza di morire.

Karin si asciuga gli occhi. “Devi essere una donna molto forte”, le dico. Lei mi risponde con un modo di dire norvegese: “Non è il mio primo inverno”. Poi riprende la penna in mano: è pronta a continuare.

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